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09. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1879,(Sulla religione e la Società), 7.2. 1879, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1879, pp.72
In questa pastorale, la prima di una trilogia in cui società, famiglia e individuo sono messi a confronto con la dottrina rivelata, Scalabrini, richiamandosi alla recente enciclica Quod apostolici muneris[1] di Leone XIII, intende dimostrare che la religione cattolica è il fondamento della comunità perché giustifica l'obbedienza ad un'autorità, senza la quale è impossibile la convivenza civile. Il cristianesimo, enunciando nel corso della sua storia, da S. Pietro a Leone XIII, il principio che l'autorità deriva da Dio, ha sempre condannato le dottrine che intendono sconvolgere l'ordine costituito purché questo non comprometta il bene comune fondato sul rispetto della legge morale. E', questa, una notazione importante perché fa capire che Scalabrini contesta la "rivoluzione" italiana non in quanto avvia delle riforme che modernizzano la società (come la scolarizzazione, la diffusione dei media, l'associazionismo), ma per il fatto che è ostile nei confronti della religione. Sotto questo profilo denuncia una contraddizione nei governanti che vogliono l'ordine, ma ne scalzano i fondamenti portando la comunità alla rovina (sembra alludere alla minaccia, dell'anarchia da parte delle frange estremistiche del socialismo). Ricorda le vicende storiche dell'impero romano che, inquinato dal vizio, si dissolve proprio nel momento del massimo splendore quando, con le conquiste, è diventato il museo artistico dell'universo. Il messaggio cristiano, che ha salvato e fecondato con la dottrina evangelica i valori della romanità, conserva anche oggi la stessa efficacia nella vita civile prospettando una legge che non si ferma all'esterno, come quella dello stato, ma raggiunge la coscienza dei cittadini. Appellandosi ad una sanzione eterna, sconosciuta ai governanti, distoglie l'uomo dalla violenza; proponendo un premio ultraterreno è pure un valido conforto per i sofferenti dando loro certezza che la vita presente non è una passione inutile.
Sì, Venerabili Fratelli e Figli Nostri in Gesù Cristo Carissimi,
pace, salute e benedizione. E' questo l'augurio che facevan sovente gli
Apostoli ai primi fedeli e che Noi successori degli Apostoli facciamo a voi,
dal più intimo del cuore, all'appressarsi dei giorni di penitenza. Pace,
salute e benedizione; e quale augurio a' dì nostri più prezioso e più caro
di questo? Imperocchè, o Dilettissimi, voi ben lo vedete, la pace, la salute
e la benedizione, sembrano oggimai
esiliate dalla terra, possiamo anzi affermare che lo sono; alla pace è
sottentrata la discordia più fiera, alla salute la ruina più spaventosa,
alla benedizione la maledizione più tremenda; discordia, ruina, maledizione,
che formano della terra, per così dire, un teatro di scene, l'una più
straziante dell'altra. Donde mai tutto questo? Ce lo dichiara apertamente
quell’augusto Pontefice che, ormai un anno, fra gli applausi e lo stupore
del mondo, assidevasi sul più sublime dei troni; quel Pontefice venerando,
che in così breve spazio di tempo, arrivò, colla forza del suo sapere e
collo splendore delle sue virtù, a riscuotere l'ammirazione de' suoi nemici
medesimi; quel Pontefice invitto, che Iddio collocò, quasi fulgidissima
stella, a brillare nel firmamento della sua Chiesa, perchè servisse a noi
tutti di guida fra le dense caligini di questo secolo. Sì, Leone XIII ha
parlato, più volte ha parlato e nell'ultima sua ammirabile Enciclica
specialmente, cui veniamo a comunicarvi insieme all’Indulto per la santa
Quaresima, Egli fa intendere a tutti, che l'origine dei mali gravissimi, ond'è
afflitta l'odierna società, è riposta nel disprezzo e nel rifiuto di
quelle dottrine che insegna la Cattolica Religione, e, commosso profondamente
ai gravi pericoli che sovrastano ai re ed ai popoli, qual padre sollecito
della salvezza de' proprii figli, ne addita loro il certo rimedio, caldamente
scongiurandoli, in nome di Dio, a far pronto ritorno alla stessa Cattolica
Religione. Instaurare omnia in Christo (Ephes. I, 10) è il gran disegno di
Leone XIII. Qui tutte le sue aspirazioni, le sue preghiere, i suoi studii, i
suoi sforzi, le sue fatiche, e chiama i Vescovi ad alleati nell'opera
salvatrice. Ah, quanto a Noi, Beatissimo Padre, è un premio, una gloria, ogni
volta che Ci è dato di poter secondare anche il minimo dei vostri desiderii.
Poco possiamo nella Nostra meschinità, ma quel poco tutto è per Voi, che
siete il nostro tenero Padre, il nostro Maestro infallibile, la nostra legge
vivente. Gli è perciò, o V. F. e F. C., che guardando a Lui e facendoci
quasi un'eco dell'Apostolica sua voce vi dimostreremo quanto la Religione
Cattolica sia necessaria al benessere della società, affinchè sì accresca
maggiormente il vostro zelo per lei e gloriandovi di appartenerle esclamiate:
è questa la vittoria vincitrice
del mondo la nostra fede: hæc est
victoria, quæ vincit mundum, fides nostra (I. Jo. V, 4).
Una società d'uomini nella quale chi presiede e comanda, non solo non
abusi della sua autorità, ma la impieghi anzi a promuovere il pubblico bene;
una società d'uomini nella quale chi obbedisce, non solo sia docile e
sottomesso all'impero soave di una savia legislazione, ma procuri inoltre,
quanto è da sé, di concorrere al comune vantaggio; una società d'uomini
finalmente nella quale i singoli membri, non solo si amino e rispettino a
vicenda, ma si ajutino altresì in tutti i loro bisogni, qual società, direte
voi, più sicura, più tranquilla, più felice di questa? Ebbene tale, diciamo
Noi, non può formarla che la sola Cattolica Religione.
Un edifizio, perchè non crolli, deve poggiare sopra stabili
fondamenta, così la umana società, perchè non si sfasci e ruini, debbe
avere per base principii inconcussi, immutabili, eterni. Cotesta base però
dove trovarla fuori di Dio? E in Dio appunto, come a solo ed unico centro, la
Religione Cattolica tutte rannoda, per così dire, le fila del sistema
sociale.
Dio, insegna essa, è l'Autore del mondo morale come del mondo fisico;
diede leggi alla natura
intelligente come alla natura corporea; presiede ai destini dei popoli come ai
movimenti degli astri; è il principio eterno dell'ordine. Non vi è che un
solo Creatore, che un solo Legislatore, che un solo Sovrano dell'universo.
Essendo Egli la sorgente unica della vita, un'intelligenza increata, una
podestà senza limiti, da Lui e da Lui solo emana ogni vita, ogni
intelligenza, ogni potere nelle creature; ed ecco grandezza e sublimità
dell'uomo destinato a governare gli uomini!
Imperocché, o Dilettissimi, se l'autorità deriva da Dio, chi non vede
di quale augusto carattere venga essa a risplendere agli occhi di tutti e come
sovra tutti sollevisi maestosa? Chi non vede come ogni fronte sia costretta a
piegarsi riverente innanzi a lei e ogni uomo tenuto ad eseguirne i comandi? Se
l'autorità viene da Dio, osservate come facile,
costante e nobilissima addivenga la ragione della sudditanza (Encyclica Quod
Apostolici muneris). Vivendo sottomessi all'uomo che comanda e che forse
è sovente indegno per sé stesso de' nostri omaggi, la nostra soggezione
sarebbe vile del pari che penosa; sarebbe simile
a quella di uno stupido schiavo che trema dinanzi al suo padrone. Ora tale
sarebbe la soggezione di coloro i quali non veggono nel potere che una cosa
puramente umana. Ma la Cattolica Religione solleva più alto i nostri sguardi.
Al disopra degli uomini ella ci addita il Re dei Re, il Signore dei Dominanti,
Colui da cui tutte dipendono le cose, e noi da quella infinita Maestà vediamo
vibrarsi sui reggitori dei popoli un raggio sovrumano di gloria, un riflesso
di sua luce divina. Noi c'inchiniamo allora, ma c'inchiniamo a Dio,
inchinandoci all'istrumento visibile della sua giustizia o della sua
misericordia; ed ecco l'uomo divenuto obbediente senza cessare di esser
libero, e ciò che era umiliazione divenuta una gloria, perchè è vera gloria
ad un uomo ubbidire al suo Dio. Se l'autorità viene da Dio, osservate ancora,
o Dilettissimi: tutto il mondo non è che un'immensa famiglia, della quale
Egli Dio stesso ne è il Capo, il Padrone, il Protettore, il Padre. Dapertutto
l'uomo sparisce e non vedesi che il Dio autore della natura e vendicatore
delle sue leggi.
Grande e sublime spettacolo, che S. Paolo vivamente rappresentava ai
primi fedeli. Fratelli miei,
diceva loro, i doveri dell'uomo costituiscono i primi doveri del cristiano, ma
questi doveri sono molesti e penosi; in mille incontri esigono degli sforzi di
virtù, cui la grazia ottiene di rado da un cuore indurito nel vizio.
L'orgogliosa filosofia del secolo tenta bensì di trovare un sostegno valido e
fermo della felicità e della pace del mondo, ma inutilmente. Sino a che voi
non vedrete nell'uomo che l'uomo, saranno sempre fortissime le passioni a
fronte della ragione e la ragione troppo debole a fronte delle passioni.
Volete voi dare alla società una base incrollabile, un sostegno veramente
sicuro? Mirate a Dio, principio e origine di tutti gli esseri e in tutti gli
esseri un'impronta della sua divinità; riempite colla sua immensità le
distanze di tutti gli stati e di tutte le condizioni; riconoscete essere Egli
solo sopra di tutti e in tutti quelli che obbediscono non meno che in tutti
coloro i quali comandano. Egli è che regna ne' principi, che giudica ne'
magistrati, che ordina ne' superiori, che governa ne' padri; a Lui solo si
debbono tutti gli onori e l'uomo non li riceve che per trasmetterli a Lui: non
est potestas nisi a Deo (Rom.
XIII, 1). E quali conseguenze da tali principii? Oh se i grandi del secolo
conoscessero bene i loro veri interessi, quanta premura non si darebbero di
conservare e proteggere una Religione cotanto ad essi favorevole ! Udite di
nuovo l'Apostolo: chi resiste alla
potestà, egli dice, resiste
all'ordinamento di Dio, e si merita l'eterna condanna (ibi.). Udite il
Principe degli Apostoli: all'autorità,
scrive egli, bisogna esser soggetti,
ubbidienti, sottomessi, non solo per timor della pena, ma eziandio per obbligo
di coscienza (1. Petr. II, 13).
Gli insegnamenti della cattolica Religione, per ciò che riguarda il
legittimo potere e la sommessione che gli si deve, sono questi, e furono
sempre questi e saranno sempre questi sino alla fine del mondo. Da S. Pietro a
Leone XIII, diciannove secoli ormai sono trascorsi, ma nelle Encicliche di
Leone XIII troviamo l’eco fedele delle intimazioni di S. Pietro.
Ora dateci un cattolico, o meglio un popolo di cattolici, i quali
professino colla Chiesa cotesti divini insegnamenti; dateci un cattolico, o
meglio un popolo di cattolici, i quali a cotesti insegnamenti medesimi
conformino intieramente le
loro opere, e poi diteci se potrà mai aver luogo fra essi il menomo
tentativo, anzi il solo pensiero di turbare la pubblica pace. Predica bensì e
apertamente la Cattolica Religione che, nel conflitto dei comandi,
piuttosto a Dio si obbedisca che agli uomini (Act. V, 29), ma condannò
sempre e, con Leone XIII, condanna quell'empie dottrine le quali non tendono
che rovesciare ogni ordine e ad avvilire agli occhi dei popoli le dignità più
eccelse; condannò sempre e condanna tutti coloro che nulla
rispettano di quanto venne dalle leggi umane e divine sapientemente stabilito
per l'incolumità ed il decoro della vita (Encyclica sup. cit.). Ah, non
vi è che la Religione Cattolica, la quale continui a tenere accesa sulla
fronte dei Re quell'aureola di luce che loro pose intorno il Signore! Quanto
adunque non gioverebbe ad essi e a tutti quelli che seggono al potere,
l'accoglierne ed ascoltarne la voce! Dovrebbero infine persuadersi che le ragioni della Religione e dell'impero sono tra loro sì
strettamente congiunte, che quanto viene quella a scadere, tanto dell'ossequio
dei sudditi e della maestà del comando si scema (ibi.). No, non sono
le armate, non la copia dell'oro, non lo splendore della porpora, non la
magnificenza delle comparse, ma la sola Cattolica Religione che può renderli
tranquilli e sicuri, rendendo in faccia a tutti veneranda la loro maestà.
Che se ella in tal guisa provvede alla sicurezza e prosperità dei
governanti, non è men sollecita, o Dilettissimi, di provvedere alla sicurezza
e prosperità delle nazioni, e in quale maniera? Intimando primieramente a
coloro che ne reggono le sorti di amare come figli i loro sudditi, e di
amarli, non di un amore qualunque, ma di un amore sincero, di un amore
compassionevole, di un amor generoso, di un amore universale, di un amore
efficace e perseverante. Eglino, insegna l'Apostolo, sono ministri di Dio al
bene dei popoli: Dei minister est tibi
in bonum (Rom. XIII, 4). Loro perciò incombe strettissimo il dovere di
far che regni dovunque la giustizia e il buon ordine; che le leggi siano in
tutto conformi alla legge di Dio; che siano rispettati i diritti di tutti e di
ciascuno; che s'impedisca, a dir breve, il male e si promuova tutto ciò che
può contribuire al pubblico bene. Sono tutti doveri che intima ai grandi
la Religione Cattolica, sotto pena dei più tremendi castighi (Sap. VI); e ove
tali doveri venissero fedelmente eseguiti, non sarebbe felice la società? Non
abbiam diritto perciò di affermare che la Cattolica Religione è la più
grande amica e benefattrice dei popoli?
Sì, essa è tale di sua natura, o Dilettissimi, e non può che
apportare il benessere dove le sia dato di spiegare libera e indipendente la
sovrumana sua possa. I mali che travagliano la società hanno tutti origine,
come sapete, da ciò che Sante Scritture chiamano col nome di concupiscenza.
Ecco l'idra perpetuamente viva che regna dovunque; idra spaventosissima,
discatenata sul mondo dal peccato di origine, la quale, volgendo contro il
loro scopo le passioni date all'uomo per condurlo a Dio, gittò e gitta
continuamente in seno all'uman genere, il disordine, lo scompiglio, la morte: Omne
quod est in mundo concupiscentia carnis est, et concupiscentia oculorum, et
superbia vitæ (II. Jo. 16). Chi varrà ad arrestarla nel suo corso e ad
impedire che tutto distrugga? A ciò non basta l'umana potenza, è necessaria
la Religione Cattolica.
Quando essa la prima volta comparve sulla terra, un malessere
eccessivo, universale,stringeva
l'umanità ad invocare un rimedio. Roma, di quei' dì signora dell'universo,
sentivasi venir meno sotto il peso che la faceva piegare alla decadenza e
presagiva male assai dell'avvenire. Per salvar Roma e con essa il mondo, cui
trascinava nella sua caduta, faceva d'uopo d'una riforma, ma quale? Che cosa
mancava a Roma dominatrice del mondo? Le lettere non le mancavano; esse allora
spandevano una luce che i secoli non hanno potuto oscurare. Le arti non le
mancavano; la vittoria aveva fatto di Roma il grande museo dell'universo. Le
leggi non le mancavano; il suo codice era il capolavoro dell'umana sapienza.
Le ricchezze non le mancavano, Roma era ricca della ricchezza di cento popoli
vinti. Il materiale sviluppo neppur le mancava, il genio romano creava
monumenti che sfidano tuttora i secoli. Niuno è poi che ignori la pompa delle
sue feste, de' suoi spettacoli, de' suoi trionfi. Che cosa adunque mancava a
Roma, dotta, letterata, incivilita, artistica, doviziosa, potente, ebbra di
delizie e di piaceri? Una sola cosa le mancava: le virtù, cioè, che ispira
la Religione Cattolica. Non mai la concupiscenza ottenuto aveva come allora un
regno sì vasto e glorioso, non mai il sensualismo, l'orgoglio e l'avarizia erano giunte nell'umanità a
proporzioni così spaventevoli. Ma nulla poteva rendere la salute a quella
società inferma e corrotta, nulla poteva preservar dalla ruina quel mondo che
portava nelle vene il germe di morte, nulla, salvo una reazione inaspettata e
sovrumana contro quel male che lo divorava. Fu questo il colpo divino del
Cristianesimo, il quale, spiegando in ogni angolo della terra il vessillo
della Redenzione, spiegò pur quello della morale riforma. Assalì l'orgoglio
colla umiltà, la cupidigia colla povertà, il sensualismo colla
mortificazione. Allo spirito della concupiscenza, che tutto struggeva,
contrappose lo spirito suo proprio, che tutto rinnova, e, senza che il sapere
se ne fosse occupato, senza che le arti vi avessero preso parte, senza che le
ricchezze vi avessero contribuito, senza che la politica lo avesse notato, il
mondo si vide rimesso su quella via, per la quale da circa due mila anni sale
e si avvanza con Gesù Cristo. Effetti sono questi della Cattolica Religione.
Essa, o Dilettissimi, non ha punto cangiato, non ha perduto nulla della sua vi{16}talità, della sua forza; è la stessa di prima.
Si tolgano dunque gli ostacoli che le attraversano il cammino; le si ridoni quella
condizione di libertà, nella quale possa efficacemente dispiegare i suoi
benefici influssi a pro dell'umano consorzio (Encyclica sup. cit.) e si
vedrà ben presto il prodigio che vide Roma pagana: la virtù in luogo di ogni
vizio, e, colla virtù, il buon ordine, la prosperità e la pace.
E' un principio infatti, confermato dalla esperienza di tutti i secoli,
riconosciuto per vero da tutti i popoli della terra, proclamato dalla stessa
ragione e registrato eziandio ne' Libri Santi, che la sola virtù prospera le
nazioni, mentre il peccato le immiserisce:
justitia elevat gentem; miseros autem facit populos peccatum (Prov. XIV,
34). Percorrete, dice S. Agostino, la serie di tutti gl'imperi che furon nel
mondo e ne disparvero miseramente; da Ninive a Babilonia, da Atene a Roma, da
Roma fino a noi, e nelle ruine che ancor rimangano di essi, troverete scritto
a grandi caratteri queste parole: la virtù gl'innalzò, l'empietà li
distrusse. Ora vogliamo noi che un popolo sia veramente virtuoso? Facciamone
gl'individui ubbidienti alla voce della Cattolica Religione, imperocchè
questa non insegna che la pura virtù, non insinua che la soda virtù, non
comanda che la vera virtù, virtù verso Dio, virtù verso il prossimo, virtù
verso noi stessi. Trovateci qualche cosa di virtuoso che la Religione
cattolica non generi o non ispiri. Forse l'amicizia? Ma la Religione Cattolica
soltanto può darci degli amici veri e fedeli. Forse la gratitudine? Ma è la
Cattolica Religione che forma il cuore veramente buono e condisce di pura
gioja il civile commercio. Forse l'unione maritale? Ma è pur vero essere la
Cattolica Religione che, innalzandola al grado di Sacramento, la rende stabile e santa e vuole che ritragga in sé l'immagine della unione di
Cristo colla Chiesa (Encyclica sup. cit.). Forse i doveri della vita
civile? Ma egli è pure il Vangelo che ci comanda di esser umili, dolci,
affabili, mansueti, pazienti, caritatevoli. Forse il coraggio? Ma quali eroi
potrebbero stare al confronto di quelli che vanta la Religione Cattolica?
Forse la buona amministrazione del governo? Oh, se i popoli, le repubbliche, i
regni, fossero governati colle sole massime del Vangelo! Dove sarebbero allora gli abusi, le ingiustizie,
le calunnie, le ambizioni, gli odii, i furti, gli omicidii, i sacrilegi, le
rivolte? Sono tutti delitti che il Vangelo non solo fulmina e condanna, ma
previene e strappa dalla loro radice. Dateci, diremo quindi con S. Agostino,
dei sovrani e dei sudditi, dei soldati e dei cittadini, dei mariti e delle
mogli, dei padri e dei figli, dei padroni e dei servi, dei magistrati e dei
giudici, dei ricchi e dei poveri, che siano tali quali li vuole la Religione
Cattolica, e poi diteci se non giovi essa grandemente alla pubblica felicità
(S. Aug. ad Marcell. Epist. CXXXVIII). La dolcezza e la clemenza sarebbero
allora assise sul trono, la giustizia presiederebbe ne' tribunali; la
concordia regnerebbe nelle famiglie; troverebbero i genitori la tenera
corrispondenza e la docilità rispettosa ne' figliuoli; i figliuoli l'amorosa
sollecitudine e i savii consigli ne' genitori; i servi presterebbero la più
esatta obbedienza ai loro padroni; i padroni si mostrerebbero pieni di
compassione verso i loro servi; i ricchi farebbero quanto possono a solIievo
de' poveri; i poveri non agognerebbero alle sostanze dei ricchi, ma vivrebbero
tranquilli in uno stato che
li assomiglia a Gesù Cristo; i cittadini sarebbero uniti ai cittadini, le
genti alle genti, coi legami dell'amore più efficace ed operoso; sarebbero
tutti e sinceri nelle parole e fedeli nelle promesse e giusti nelle azioni,
perchè tali appunto la Religione Cattolica vuole che siano tutti gli uomini.
E una società così formata come potrebbe non essere felice? Si
hæc scitis, beati eritis, si feceritis ea (Jo XIII, 17); lo ha detto Gesù
Cristo medesimo. Ma si tolga la Religione Cattolica; ecco tolta alla
virtù la vita, al vizio ogni freno, alla società il suo più valido
appoggio. Restano bensì le umane leggi, ma tutte le leggi più belle che
valgono, se dalla Religione non vengano sanzionate? Esse puniscono la colpa,
non la prevengono; arrestano il braccio e lasciano al cuore tutta la sua
malizia, eppure è dal cuore che traggono origine tutti i delitti (Matth. XV,
18). La Religione Cattolica soltanto penetra nell'interno, attacca la
coscienza, arriva sino al cuore ed ivi innalza un tribunale che giudica la
mala azione prima ancora che spunti. Le leggi umane vegliano l'uomo alla luce,
ma lo abbandonano fra le tenebre e nel privato della sua
famiglia, eppure è qui che si formano gli onorati capi di casa, i mariti
laboriosi, le spose fedeli, i padri solleciti, i figli obbedienti, i servi
timorati e per conseguenza gli ottimi cittadini. Dove non sarà altro che la
legge umana, non si avrà che una morale senza energia e allora chi farà
rifiorire i costumi, più utili al mantenimento dell'ordine di tutte le
prescrizioni civili? Come si potranno tenere a freno le passioni che non
trabocchino? In simili casi la legge umana non è che un argine opposto ad un
torrente impetuoso; esso potrà tenere per qualche tempo indietro la piena
delle acque sterminatrici, ma allorché queste arrivino a superarlo, finiscono
per abbattere e trascinare l'argine stesso e quanto incontrano nel rapido loro
corso. Ahimè, povera la società dove il delitto non teme più che il
carnefice!
Facciamoli cristiani i popoli e li avremo virtuosi. Quando si crede ad
un Dio che tien gli occhi aperti sull'uomo nell'oscurità della notte, come
nel chiarore del giorno; ad un Dio giusto ed onnipotente, il quale in questo
mondo ha il diritto della vita e della morte e tiene nell'altro
un paradiso ed un inferno per premiare la virtù e punire il vizio, il segreto
e l'impunità non sono più stimoli ad abbandonare la virtù. L'uomo la
pratica fra le tenebre con quella esattezza medesima con cui praticar la
potrebbe in faccia all'universo. La prospettiva di un paradiso, posto ai
confini della vita per coronare la vittoria della perseveranza, è la sola
molla capace di spingere la sua virtù fino all'eroismo. D'altra parte è egli
possibile trovar farmaco più efficace contro il male che il timore di una
eternità di supplizii? Chi oserebbe affrontarla con cuore intrepido? E'
questo l'argine posto da Dio a rattenere nell'alveo la terribile fiumana delle
passioni; questo che sorregge la virtù nel cimento e fa tremare il malvagio
benchè sul trono. La miglior guarentigia che tu possa avere di un uomo è la
sua religione, diceva Montesquieu, e diceva il vero. Nulla vi ha sulla terra
da temer tanto, come un uomo che non teme Iddio. E di che non è capace
costui? Di tutto, ove l'occasione siagli propizia. Ciò è si vero, o
Dilettissimi, che, senza pure avvedersene, vengono a confessarlo coloro
stessi, i quali hanno tutto l'interesse di negarlo. Qual'è
infatti quell'uomo, anche miscredente, che in una lite di conseguenza voglia
avere per giudice piuttosto un ateo che un altro, egualmente abile, ma
religioso? Qual'è quel padrone che nella scelta dei servitori ami piuttosto
di averli increduli e libertini che fedeli e costumati, per la sola tema di
esser tradito? Eh, si sa da tutti che dove non sia più Religione Cattolica
non vi sono più leggi così sacrosante che non si calpestino, obbligazioni sì
strette che non si trascurino. Se regnasi senza Dio viene la confusione, se si
obbedisce per solo timore del codice, o presto o tardi viene l'anarchia.
Quando nelle coscienze è il disordine, nella società è il caos; quando
negli spiriti è la ribellione all'Ente supremo, nelle nazioni è la scissura,
la ribellione alle leggi, alle autorità. Si scambia la libertà con la
licenza, la proprietà col furto, il diritto colla forza, il vero col falso,
il bene col male, la virtù col vizio; lo spirito di vertigine, minacciato da
Dio nei Libri Santi (Is. XIX, 14), invade le moltitudini, ed è allora che
avvengono quelle catastrofi, le quali riempiono di spavento
persino i giusti e si alzano montagne di vittime; ma quei che restano ancora,
dal mezzo di que' rottami ricercano Dio e Dio ritorna a rifabbricar l'edifizio,
mentre la storia ripete solennemente a que' che vengono appresso: et
nunc reges intelligite, eudimini qui judicatis terram! (Ps. II, 10).
Così è, o Dilettissimi; togliere dalla società la Religione di
Cristo, è un rovesciare le cose dalle loro fondamenta; è come un toccar
l'uomo nella vita del cuore; impedito il cuore, tutta la corporea macchina si
conturba e si sfascia; è come uno strappare la stella che ha ragione di
centro, la stella madre dalla volta dei firmamenti; percossa di eccidio quella
stella o quel sole, le minori stelle, gli astri e i sudditi pianeti, che prima
gli facevan corona, precipitano con immenso trambusto nel vuoto, e le tenebre
avvolgono la natura. E pensare che questa Religione si vorrebbe da tanti
empiamente distrutta! Uomini crudeli Non sono i popoli abbastanza infelici che
volete chiuder loro la sorgente unica di consolazione negli affanni della
vita?
Con profonda verità, o Carissimi, il Vangelo chiama questa terra una valle di pianto e paragona i giorni
dell'uomo a quelli di un mercenario che mangia il suo pane bagnato di sudori e
di lagrime. Havvi alcuni fra voi che ignori ancora il patire? Havvi alcuno che
non abbia ricevuta la sua porzione di cotesta eredità, cui le generazioni
legano alle generazioni e ogni secolo arricchisce di qualche nuova sciagura? I
padri nostri peccarono e il giogo pesante, al quale furono sottoposti, posa
tuttavia sopra i figliuoli di Adamo: jugum
grave super filios Adam (Eccl. XI, 1). Dio buono! Quante lagrime intorno a
noi, quante piaghe e quante miserie! Direbbesi un sacrifizio universale di
lagrime e di dolori, che deve ogni giorno dalla terra salire al cielo, quale
un debito sacro della umanità. Di qui un bisogno estremo, incessante di
conforto, ma di un conforto preparato per tutti, di un conforto collocato al
disopra delle umane cose, cui non arrivino a scemare giammai, nè la tristizia
dei tempi, nè l'infuriare delle passioni. Tale è appunto il conforto di
quella Religione che possiede sola il segreto di rendere prezioso e soave lo
stesso patire. Essa presentasi all'uomo additandogli
la croce; apre il suo seno a tutti che soffrono e: venite, dice loro, venite a
me, io vi ristorerò: venite ad me,
omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos (S. Matth. XI,
28). Gesù Cristo è il consolatore disceso dal cielo per versar l'olio e il
balsamo sulle ferite dell'anima. L'antichità ci parla del suo Giove, della
fronte eternamente serena, ma non mai che s'intenerisse a sentimenti di vera
compassione. Gesù Cristo è il Dio povero ed oscuro, il Dio incoronato di
spine, che bevette sino alla feccia il calice del dolore! Egli non ha parlato
ai felici del secolo che in tuono di minaccia; ma seguito sempre dai
tribolati, dagli infermi, dai peccatori, dal povero popolo, ripeteva sovente:
avventurati coloro che piangono: Beati
qui lugent! (S. Matth. V. 5). Tutte le più belle teorie e i più sublimi ritrovati
dell'umano ingegno arrivarono mai ad asciugare una lagrima? La Religione
Cattolica le asciuga tutte. Una delle prime sue cure è quella di sollevare i
nostri pensieri al di là di questo mondo, di rivolgerli continuo a
quell'istante in cui la benda cadrà dagli occhi; in cui l'esiliato, stendendo
le braccia verso la patria,
godrà ivi finalmente della felicità che qui cercò sempre con ansia
irresistibile; a quell'istante fortunato in cui il cristiano, il martire della
fede e del dovere, della sua lotta contro il mondo e sé medesimo, riceverà
alla perfine la corona; simile ad un guerriero che, tocco il sommo di una
rocca nemica in mezzo al sangue ed al fuoco, s'impadronisce ad un tratto della
bandiera e grida vittoria. Allora non più lagrime, non più dolori, non più
fatiche, l'anima anzi esulterà di gaudio immenso, ricordando le lagrime, i
dolori, le fatiche della vita passata. Sorretto da tale speranza, che la
Religione Cattolica gl'infonde nel cuore, il vero cristiano tutto soffre con
animo tranquillo. La sua condotta si appoggia sulla parola infallibile di lei,
ed è perciò assai più ferma e costante che non lo siano il cielo e la
terra. Perirà il mondo ed i suoi cerchi saranno rotti ed infranti, ma l'uomo
cristiano sotto le ruine dei secoli non temerà; egli esclamerà coll'Apostolo:
che sono i mali tutti del mondo di fronte alla gloria dell'eternità beata?
(Rom. VIII, 18). La sciagura, che abbatte l'uomo senza fede, è la scala che
approssima il cristiano al cielo. Allora
che sembra atterrato dalla prova, egli è potente dalla potenza di Dio (2 Cor.
XII, 10) e il cielo medesimo contempla con meraviglia (1 Cor. IV, 9) il più
grande spettacolo che offrir possa la terra: il cristiano in piedi giulivo
alle prese col dolore. Ecco il perchè, o Dilettissimi, ovunque si patisce voi
trovate la Religione Cattolica. Allora che la mano della sventura vi coglie e
il mondo vi abbandona, si batte all'uscio della vostra casa. Sono forse i
vostri amici? No, chè la vista delle vostre miserie li ha tutti dispersi! E'
la Religione che viene a voi, prima ancora che voi a lei ricorriate. Per
ributtanti che siano i vostri cenci, non sarà mai che vi abbandoni. La
Religione Cattolica si avvicina al capezzale dell'infermo per esortarlo alla
pazienza. Allora esso piglia la figura di quegli angioli di carità che hanno
il carico di vegliare sulle umane sofferenze; discende sotto l'umida volta del
prigioniero, si asside sulla paglia con lui e lo difende contro gli assalti
della disperazione. Recando nella destra un crocifisso, la Cattolica Religione
accompagna il condannato sul palco di morte. La società lo ributta inorridita
da sé; la legge il percuote
colla sua spada, la Religione sola gli apre le braccia e fa discendere su
quella fronte maledetta un raggio ancora di dignità. Nei giorni di pubbliche
sciagure, quando crudel morbo miete a migliaia le vittime e le città
diventano sepolcri, chi aggirasi per le contrade a sollevare i corpi e a
consolare gli spiriti? La Religione Cattolica. Sui campi di battaglia, in
mezzo allo strepito delle armi e ai ruggiti di morte, chi vola a fasciare le
ferite di chi soccombe? La Religione Cattolica. E chi terge al moribondo i
sudori dell'agonia e ne raccoglie l'anelito estremo? Sempre la Religione
Cattolica. Dilettissimi, noi non pensiamo a codeste cose, o vi pensiamo
soltanto alla sfuggita. Ci nutriamo dei doni della fede, senza nemmeno levare
lo sguardo alla pianta benedetta donde ci vengono. Rifletteste voi mai ai
milioni e milioni di cuori affranti, desolati, che si gettaron fra le braccia
della Religione in diciotto secoli che stanno aperte sul capo alle
generazioni? E se non fosse di lei, di questa madre amorosissima, l'uomo, con
tutto il suo sapere, con tutte le sue scoperte, dove potrebbe rifuggiarsi
nell'ora del disinganno? Ah,
se il delitto esecrando del suicidio crebbe ai dì nostri a proporzioni così
spaventevoli, gli è appunto perchè il senso religioso va in molti
scemandosi; gli è perchè i dolori dell'anima non hanno più in essi i
conforti della fede. Chi non crede non ispera e, nulla sperando, non trova in
sé stesso nella sventura che un vuoto spaventoso, negli altri che freddezza e
indifferenza, non ha più alcun appoggio; vedesi oggetto di abbominazione agli
occhi proprii, agli occhi degli uomini e di Dio, e fugge inorridito a
nascondersi nella tomba. La sua viltà medesima è quella che gli porge lo
sventurato coraggio. Ecco, diremo agl'increduli, ecco il frutto di ciò che
seminaste. Deh! sì: o toglieteci il dolore o lasciateci la fede che lo
disacerba: perchè fino a quando vi saranno pene da lenire fra i mortali, e ve
ne saranno sempre, fino a quel dì, si avrà bisogno di una fede sacra, soave,
penetrante, popolare, materna, la quale sappia e possa con mano medica
rimarginare le ferite onde il nostro cuore è sì spesso piagato, si avrà
sempre bisogno della Cattolica Religione.
E' questa quella Religione alla quale prestarono
omaggio in ogni tempo gli uomini più distinti per sapere, amici e nemici;
quella Religione che è inseparabile ormai da quanto vi ha di glorioso e di
grande sopra la terra. Non cessano è vero gl'increduli di additarla al volgo
come nemica d'ogni civile progresso, perchè in mezzo ai loro continui
mutamenti ella sola non muta; ma questo è che le torna di gloria.
Sì, la Religione Cattolica non muta, perocchè la verità è la sua
base e la verità che è Dio, non muta: Ego
Dominus et non mutor (Malac. III, 6). Ella sola non muta, perché mutare
è perire, e la Religione, che si concentra nella Chiesa Cattolica, non può
perire giammai: et portæ inferi non prævalebunt
adversus eam (Matth. XVI, 18). Sono le opinioni e i pensamenti degli
uomini che vanno soggetti a cambiamenti, ma è così che annunciano il loro
nulla. La Religione Cattolica, perfettissima ne' suoi dogmi e nella sua
morale, non ha nulla da aggiungere, nulla da togliere, nulla da variare e sta
ferma in una sublime immutabilità. Quivi è la via, la verità e la vita;
ogni passo di civiltà tenuto su
questa via è una vera benedizione, fuori di essa non e più civiltà, ma
barbarie. E notate, Figli Carissimi; la Religione è immutabile, non immobile.
Di qui intenderete quanto sia stolta la calunnia che le scagliano contro i
figli del secolo, di non secondare l'umanità nelle vie dell'odierno
progresso. Se il progresso è vero, sapiente e cristiano, la Religione
Cattolica non solo vi seconda, diremo a costoro, ma vi precede. Essa,
vedetela, ha un movimento storico di pressoché due mila anni; si muove coi
vostri studii, piantando scuole e dirozzando le plebi; si muove colle vostre
pedagogie, educando cristianamente i fanciulli; si muove colle vostre
industrie, fulminando l'ozio e predicando la necessità del lavoro; si muove
colle vostre arti, innalzando templi e mausolei; si muove colle vostre
navigazioni, aprendo colla croce incogniti mari; si muove col vostro valore,
ispirando e santificando il genio delle battaglie. Per fermo, l'immobilità è
cosa morta, è legata ad una servitù inerte, è il cadavere che posa nel
sepolcro; ma tale non è il carattere della Religione Cattolica la quale è
immutabile e l'immutabilità e legata ad una operosità libera, è legata a Dio operosissimo di
tutti gli esseri; attesoché, o Dilettissimi, come il nulla è immobile, così
Dio, che è il tutto, è immutabile: Ego
Dominus et non mutor.
Progresso nelle arti, progresso nelle scienze, progresso nelle
industrie, no, non è questo il progresso cui maledice la Religione Cattolica,
che anzi crede un delitto l'opporvisi, perchè ci vede la mano creatrice del
tutto. Il progresso, cui ella non può non essere eternamente avversa, è il
progresso nei delitti, nelle bestemmie, nei furti, nei suicidii, negli errori,
nelle discordie, nella scostumatezza, nell'empietà, nell'egoismo; il
progresso, a dir breve, nella irreligione. Malaugurato progresso, sorgente
infausta di tante pene negl'individui, di tante lagrime nelle famiglie, di
tanti guai nella società; che popola le carceri, divenute ormai troppo
anguste alle sue vittime, che sconcerta i tribunali e spaventa gli stessi
magistrati. Voi ben lo vedete, o Carissimi; non è punto sifatto progresso che
può assicurare la sorte de' popoli e che nobilita una nazione. Il vero
progresso non è il far pompa di nuove strade, di nuova macchine, di nuovi
sistemi; tutto ciò può ben dirsi l'ornamento, l'esteriore
della civiltà; ma non è la civiltà, non è il progresso. Il vero progresso
di un popolo è nella sua educazione, e l'educazione legittima e al tutto
civilizzatrice consiste, innanzi tutto e sopra tutto, nello sviluppo delle
facoltà intelettuali e morali; nello sviluppo del cuore e nella coltura dello
spirito; del cuore, sicchè abbracci la virtù; dello spirito, sicchè
prevalga alla materia. Fate prova di sviluppar tutto, d'ingrandir tutto
nell'uomo, tranne queste due cose, voi ne farete un barbaro. Avviene lo stesso
di un popolo. Sviluppate in lui tutta la energia del corpo, tutti gl'istinti
della carne, tranne l'anima e il cuore; abbiano tutti in questo popolo i
piaceri e le agiatezze che vogliansi, non sarà che un popolo assiso nella
barbarie; barbarie, se volete, in abito di seta e sopra cocchio dorato, avente
palagi in cambio di tugurii, ma sempre barbarie. Che giova che l'uomo abbia un
vestimento più ricco, un aspetto più nobile, una casa più splendida, se non
è egli stesso, nell’anima e nel cuore, più costumato e gentile, più
dolce, più colto, più giusto, in una parola, più virtuoso? Senza virtù le doti stesse più belle potrebbero divenire per la
società un flagello devastatore. La scienza senza la Religione è un coltello
in mano ad un fanciullo; ferisce lui che lo stringe e quanti lo circondano.
Interrogate la storia e vedrete il genio stesso brillare di luce infausta,
sanguigna quantunque volte non fu guidato dalla Religione. La Religione, come
avvisa un illustre filosofo, deve allearsi colle scienze quasi aroma per
impedire che si corrompano. Senza di essa invano si tenterà d'istruire e di
condurre il mondo a vera civiltà. Incivilito all'esterno, rimarrà selvaggio
nel cuore. Quando questi due fenomeni hanno luogo in un medesimo popolo, nello
stesso punto del tempo e dello spazio, il progresso materiale, cioè, e la
moral decadenza, allora havvi due cose che si fanno in seno della società
l'una e l'altra il più vivo contrasto. Al di fuori abbellimento che rapisce
gli sguardi, al di dentro brutture che contristano l'anima; al di fuori
magnificenze che colmano di stupore, al di dentro miserie che gittano nella
costernazione. No, torniamo a ripeterlo, non è questo il vero progresso; bensì
quello altamente proclamato dal Vicario di Gesù Cristo, quello che ha per base Gesù Cristo medesimo,
essendoché Gesù Cristo è il vero Autore del progresso, e il vero progresso
non è altro infine che Gesù Cristo; Gesù Cristo vivente nell'uomo, Gesù
Cristo che s'incorpora nella umanità e che incorpora l'umanità con sé
medesimo, Gesù Cristo che si distende e s'innalza di grado in grado negli
spazii e nei secoli, Gesù Cristo centro di ogni armonia che si ricompone, di
ogni bellezza che si rinnova, di ogni grandezza che aumenta. Tutto ciò che vi
ha di più vero, tutto ciò che vi ha di più santo, tutto ciò che vi ha di
più perfetto, deve uscire da Lui per ritornare a Lui, conciossiaché Egli è
il principio e la fine ed è la via che dall'uno all'altra conduce. Tale fu e
sarà sempre la gran legge della società. Ogni popolo che camminerà con Lui,
con Lui salirà, si avvanzerà di chiarezza in chiarezza, di virtù in virtù,
di progresso in progresso; ogni popolo che da Lui si dilungherà, scenderà,
andrà di decadenza in decadenza, di precipizio in precipizio, di ruina in
ruina. Vi aggrada nei nuovi secoli recar giudizio dell'avvanzamento e della
perfezione di un popolo? La regola è infallibile:
tra quel popolo e Gesù Cristo misurate la distanza.
A questo punto come non sentirsi invogliare alle lagrime, vedendo
l'abisso spaventosissimo che separa da Gesù Cristo il secolo presente? Certo,
o Dilettissimi, i nostri tardi nepoti assai difficilmente s'indurranno a
persuadersi che nell'epoca nostra vi fossero uomini, i quali andassero
tant'oltre nei loro delirii, da credere effetto di lumi il rigettare da sé
Gesù Cristo e la sua Religione, il combatterla, il far prova di cancellarla
dalla faccia della terra. Sciagurati! che non veggono a quali estremi
conducano i loro satanici sforzi. I moderni principii, affatto contrarii ai
principii di lei, non possono essere che sorgente d'infiniti guai per le
nazioni, spingendole in seno alla barbarie. Non è senza il più vivo
cordoglio che lo sguardo si posa su tante infelici contrade, un dì sì
tranquille e fiorenti, ora in preda alle discordie, alla miseria, al terrore.
Chi le ridusse a tale? Flens dico:
la irreligione, il cui doppio mandato si è di sconvolgere la terra e di
popolare l'inferno. Quale spettacolo doloroso anche a' dì nostri! La sovranità di Dio schernita, i sacri diritti della sua Chiesa
conculcati; favorita l'empietà, il libertinaggio in trionfo, gli urli e le
bestemmie succedute ai divoti cantici di Sionne dei pacifici religiosi e delle
spose di Cristo disperse; la desolazione, l'avvilimento e la povertà in vece
della promessa risurrezione di libertà, di prosperità e di gloria. Si volle
bandito Dio dalle scuole, dalle accademie, dai contratti, dai parlamenti,
dalle leggi, e il sacrilego attentato, deviando l'uomo dalla sua origine,
inaridì i cuori, distrusse ogni idea di ordine, ruppe i vincoli più
sacrosanti e infine spinse i popoli alla rivolta. Richiamiamo il passato, o
Dilettissimi, guardiamo al presente e confessiamo che pur troppo è così;
confessiamo colle Sante Scritture che là dove regnano gli empii, ivi è la
sciagura degli stati e la ruina delle nazioni: regnantibus
impiis ruinæ hominum (Prov. XXVIII, 12).
Che se il vento dell'empietà tutto schianta, abbatte e disperde, la
Cattolica Religione tutto ricompone, rassoda e vivifica, dimostrando così che
sol essa, fra le umane cose, è più che umana cosa, è divina; che sol essa
è necessaria al benessere
delle città, dei regni e delle famiglie; che sol essa ha diritto agli omaggi
e alla riconoscenza dei popoli. Ah, che al solo rimirarla dovrebbero eglino
struggersi per lei del più tenero amore! Bella di celestiale bellezza,
coronata dell'aureola degli eterni splendori, feconda mirabilmente di opere
immortali, assidesi ella regina dei secoli alla destra dello Sposo Divino,
vestita di aureo manto e circondata di varietà ammirabile, come la vide in
ispirito il coronato Profeta: astitit
regina a dextris tuis in vestitu deaurato; circumdata varietate (Ps. XLIV,
11). Varietà negli ordini gerarchici de' Pontefici e de' Padri, de' Pastori e
de' Sacerdoti, de' cenobiti e delle vergini nell'orto sacro rinchiuse; varietà
nelle palme di cui la circondano i suoi invitti campioni; varietà ne' trofei
senza numero delle riportate vittorie La vide, quale l'aveva profetata Isaia,
ripiena dello Spirito di Dio: Spiritus
meus qui est in te (Is. LIX, 21); colla parola dell'onnipotente sul
labbro, che rinnovella il mondo: et
verba mea quæ posui in ore tuo (ibi.). Vide da quello Spirito e da quella
parola derivarne la vera sapienza, innanzi a
cui s'inchinano riverenti i secoli fino al loro tramonto: non
recedet de ore tuo et de ore seminis tui (ibi.). Essa la Cattolica
Religione è veramente l'opera dell'Eccelso; essa che forma il tesoro del
ricco come quello del povero, la sapienza del dotto come quella dell'idiota;
che porta con una mano la pace e la felicità e coll'altra le ricchezze e la
gloria (Prov. VIII, 18). I primi fiori che si deposero sulla nostra culla
furono suoi e suoi pure quei germi di virtù che germogliarono nel nostro
cuore. Il suo governo e la pace, i suoi ministri la giustizia (Is. LX,17); la
sua vita è la vita di tutti. A lei si appartiene e la possanza che converte e
la forza che riproduce; in lei è il succo nutritivo, il tronco vivo, da cui
ogni ramo che si distacca inaridisce e muore (Jo. XV, 6). Essa è al mondo
morale ciò che è il sole al mondo fisico; del suo raggio avivasi ogni mente,
s'infiamma del suo fuoco ogni cuore, nè quel raggio si può incatenare, nè
quel fuoco potrà spegnersi mai, ad onta di tutti gli sforzi che si facessero
per riuscirvi. Essa vive e vivrà. Assisté ai funerali delle sette, delle
dinastie, delle nazioni e celebrerà
pure le esequie di tutti che son osi profetarne la morte. Vede il nascere e il
tramontare dei popoli e vendicasi delle ingiurie del mondo col comunicargli la
sua chiarezza e la sua fecondità. Così, o Dilettissimi, ha sempre fatto;
leggete le istorie. Fu essa, fu la Cattolica Religione che, mentre le umane
generazioni eran sepolte nelle tenebre dell'errore, portò dappertutto la luce
a far conoscere la verità; fu essa, fu la Cattolica Religione che, mentre i
figli degli uomini non vedevansi attorno che schiavitù e barbarie, sorse ad
accendere dall'un capo all'altro tutta la terra colle fiamme della carità più
ardente e operosa; fu essa, fu la Cattolica Religione che mentre le invasioni
barbariche minacciavano di porre a soqquadro l'Europa, raccolse e tramandò
alle generazioni avvenire i residui della scienza antica e ridonolli fecondati
de' suoi divini precetti; fu essa, fu la Cattolica Religione che diede alla
terra quella schiera di serafiche anime e d'insuperabili giganti che riempiono
di stupore quanti li contemplano: gl'Irenei, i Policarpi, i Leoni, i Basilii,
i Grisostomi, i Girolami, i Nazianzeni, i Cipriani, i
Damasi, gli Ambrosii, gli Agostini, i Gregorii, i Benedetti, i Bernardi, i
Gualberti, le Sanesi, i Franceschi, i Bonaventura, gli Anselmi, i Tommasi
d'Aquino, i Borromei, i Calasanzii, gli Emiliani, i Neri, i De-Paoli e mille e
mille altri. Fu essa, fu la Cattolica Religione che ispirò il genio degli
uomini più grandi e li guidò in tutte le loro più lodevoli imprese. Havvi
ramo di scienza alla cui cima non si trovi un uomo cresciuto alla sua scuola?
Havvi istituzione grandiosa e benefica che non porti in fronte scolpito il
nome di qualche suo figlio devoto? No, chè le sue cure tien sempre rivolte
all'incremento della vera civiltà, come al sollievo delle umane miserie. Nei
tesori del suo cuore divinamente materno trova soccorsi per tutti i bisogni,
consolazioni per tutti i dolori, rimedii per tutte le piaghe.
Oh, Religione benefica, Religione immortale! Sono pur ricchi i tuoi
padiglioni! sono pur belle le tue tende! Chi non ti apprezza, chi non ti ama
non ti conosce. La luce e le tenebre, il cielo e la terra, l'arte e la
scienza, s'inchinano a te. Divina Religione, assidua meta delle Nostre
fatiche, più ti vediamo combattuta
e più lo zelo Ci divora nell'annunziare le tue grandezze, nel predicare le
tue glorie, nel far palese a tutti le arti de' tuoi astuti nemici.
Sì, V. F. e F. C., imperocchè vasta, ma occulta; fiera, mai
insidiosa; tremenda, ma sottile è la guerra che essi le muovono oggigiorno.
Non osando attaccarla colla forza, la perseguitano colla calunnia; non potendo
vincerla coi sofismi, tentano indebolirla col porla in discredito, non
riuscendo a distruggerla col farne martiri i figli, studiano ogni mezzo per
formarne dei disertori. Ah, volesse Iddio, esclameremo qui con S. Ilario di
Poitiers, che Noi fossimo ai tempi dei Neroni e dei Diocleziani! Meglio assai
era allora la persecuzione violenta, diretta contro il nome cristiano, che non
questa, sorda e mascherata, mossa ora alla nostra fede. Con quanto maggiore
vantaggio avremmo noi combattuto per la sua difesa! Coperti della celeste
armatura, non avremmo temuto allora nè gli eculei, nè le spade, nè gli
ardenti roghi. Mietute noi avremmo gloriose palme e i Nostri carnefici almeno
sarebber rimasti confusi dal coraggio degli atleti di Cristo e i popoli
anch'essi, animati dal nostro esempio a confessare
apertamente la fede, avrebbero assai meglio approfittato di una persecuzione
manifesta. Ma oggi i patiboli vengono surrogati da lacci nascosti e le torture
da coperte insidie. Noi abbiamo a combattere, non più con tiranni che
minacciano le nostre teste, ma con perfidi uomini che talvolta ci lusingano
per meglio tradirci (Adv. Const. Imp.).
Tutte le loro trame, o Dilettissimi, tutti i loro sforzi ad altro non
tendono che a rovesciare e a distruggere, se fosse possibile, la Cattolica
Religione; ma sta scritto: il desiderio degli empii perirà: desiderium
peccatorum peribit (Ps. CXI, 9). Gesù Cristo vive perpetuamente nella sua
Chiesa e le promesse che ha fatte riguardo di lei ben possono tardare, ma non
fallire. Dio permette tutto questo furore delle potenze infernali, perchè ci
vuol far toccare con mano che non vi avrà pace, non vi avrà salute per la
società infino a che essa non si riformerà secondo i principii della
Religione Cattolica; ci vuol far sentire il bisogno grande che tutti abbiamo
di ascoltare la voce della Chiesa, colonna
e fondamento di verità (1. Tim. III, 15); vuole che i traviati aprano finalmente
gli occhi e ritornino pentiti al seno della Madre, che sola può camparli
dall'estrema ruina. Il cumolo infatti de' mali che per ogni parte affliggono
l'uman genere, lo scombujamento d'ogni idea di ordine, di diritto, di
giustizia, d'autorità, il contrasto dei desiderii, la contraddizione delle
dottrine, quel senso di stanchezza pressoché universale dei cuori, quello
stato d'indefinibile irrequietezza che fa presagire ad ogni istante chi sa
quali altri sconvolgimenti, quali altre catastrofi; tanti amari disinganni,
tante speranze deluse, tante promesse fallite, tutto già muove i popoli a
cercare intorno un rimedio. Quanto più a lungo si addensano le tenebre sulla
terra, tanto più fanno all'uomo bramare la luce; quanto più la febbre agita
l'inferno, tanto più gli fa sospirare la sanità; quanto più la sete divora
il pellegrino, tanto più esso anela alla pura sorgente delle acque; così ora
che la società sente mancarsi più che mai ogni appoggio ai lati e tremare la
terra sotto ai piedi, popoli e governanti volgono attorno lo sguardo ansioso
cercando chi li ajuti, chi li difenda; ed ecco Leone XIII, il quale si alza a
contendere ai barbari la
terra della vera civiltà e come già Leone il grande che, solo, armato
unicamente del potere che Dio gli dava, si fe' incontro al terribile Attila
per farlo indietreggiare, così quest'altro Leone si fa innanzi all'Attila
ancor più terribile della rivoluzione e della empietà, per salvare colla
spada della sua parola le minacciate nazioni. Ah, non v’è altri, o
Dilettissimi, fuori di Lui che lo possa! Non vi è quindi altra speranza che
in Lui, altro rimedio efficace che ricorrere a Lui, Capo supremo della
Cattolica Religione. Si studii, si cerchi, si gridi quanto si vuole, qua
finalmente dovranno tutti ridursi: Hæc est victoria quæ vincit mundum, fides nostra. Ora non si vuole
intendere; ma presto o tardi s’intenderà. Sbolliranno le ire, si
raccheteranno le passioni, cadranno le maschere e ai delirii di una fantasia
chimerizzante, sottentrerà il discorso calmo e riposato della ragione. I
fatti verranno a dimostrarlo. Gli uomini si agitano, ma Dio li conduce; gli
uomini propongono, ma Dio dispone. Noi siamo di credere, diremo con un moderno
scrittore, che dopo gli urti, dopo i cozzi violenti del mondo contro la Chiesa, si vedrà lo spettacolo che si è altra volta
veduto, lo spettacolo di un mondo che per l'istinto della sua conservazione
finirà col gettarsi ai piedi del Papa, per implorare la communicazione de'
suoi lumi, della sua vita, della sua indefettibilità e il Papa, odiato,
bestemmiato, spogliato, perseguitato, vedrà l'Europa supplichevole dinanzi a
sé, e prendendone in mano i destini, le infonderà la salute e la vita. Deh,!
venga presto quel dì e intorno al trono di Pietro cantisi un'altra volta dai
Principi e dai popoli il cantico della pace e della letizia!
Ma spetta ad ogni cattolico l'affrettar questo giorno. Noi quindi, per
officio del Nostro Ministero Ci rivolgiamo in primo luogo a voi, o Venerabili
Sacerdoti, Nostri Cooperatori Carissimi, scongiurandovi quanto possiamo ad
impiegare tutto il vostro zelo e le vostre sollecitudini perchè sia da tutti
amata e obbedita la Cattolica Religione, col farne conoscere sempre meglio i
grandi benefici e le arcane bellezze. In questi giorni in cui tutto mira a
sorprendere la nostra vigilanza e a stancare il nostro coraggio, moltiplicate,
Ve ne preghiamo, le vostre
istruzioni, vegliate attentamente l'ovile perchè non entrino i lupi a
devastarlo. Custodite in mezzo ai fedeli il sacro deposito della fede dalle
massime di coloro che, solleticando gli orecchi, impediscono agl'incauti di
ascoltare la verità e li convertono alle favole (II. Tim. IV.), dalle massime
di coloro che allontanandosi dalla fede, van dietro allo spirito della
menzogna e alle infernali suggestioni, ipocritamente mendaci e di coscienza
incancrenita (I. Tim. IV, 2). State in guardia, vegliate e pregate (Marc. XII,
33).
Padri e Madri, vegliate voi pure a custodire la vostra casa, chè i
tempi corrono tristi assai e l'avversario d'ogni bene, come leone che rugge,
va intorno cercando chi divorare dei vostri figli. Sono anime che costano
sangue a Gesù ed Egli chiederavvene conto a prezzo di sangue. Deh! no; non
perdonate a fatica per educarli cristianamente e per crescerli timorati di
Dio, se volete averli docili, rispettosi, amorevoli. Vigilanza sui luoghi che
frequentano, sulle compagnie che praticano, sui libri che leggono; ma
sopratutto andate loro innanzi col buon esempio, sicchè abbiano
in voi una scuola continuamente aperta di ogni cristiana virtù.
Padroni, e capi di officina e quanti avete autorità sugli altri, fate
sì che il frastuono del lavoro tacciasi nei dì festivi, e che tutte le voci
dell'industria ammutoliscano per non lasciar favellare nel sacro giorno di Dio
che la voce del Sacerdote e della Religione.
Maestri, istitutori, educatori della gioventù, che Noi in singolar
modo apprezziamo, una parola anche a voi. Il problema dell'avvenire è in mano
vostra. Tanti si domandano se le cose alla fine volgeranno in meglio, nè
sanno che rispondere. Sì, rispondiamo Noi, senza terna di errare, volgeranno
in meglio se le vostre fatiche saranno degne della nobile missione affidatavi,
se metterete ogni impegno perchè non
solo il metodo d'insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perchè
lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica,
tanto nelle lettere che nelle scienze (Encyc. sup. cit.). Sarà così che
formerete gli ottimi cittadini. La Religione e la società, il cielo e la
terra, gli uomini e Dio aspettano silenziosi l'opera vostra; l'ora è suprema,
l'esito decisivo.
Tutti poi, o
Dilettissimi, studiate e fate studiare la Religione, essendo vera quella
celebre sentenza: poco studio e sapere forma gl'increduli, mentre la vera
scienza li ritorna alla fede. La Religione, diceva Tertulliano, come nulla più
brama che d'essere studiata, così nulla più teme che d'essere ignorata: hoc unurn gestit Christiana Religione ignorata damnetur.
Ma lo studio della Religione non basta; è uopo confessarla apertamente
senza umani riguardi; è uopo sorgere alla sua difesa, ora specialmente che è
fatta segno ai più amari insulti, alle più indegne calunnie. La natura lo
suggerisce, la gratitudine lo vuole, lo comanda la fede. I padri nostri la
studiarono, la onorarono dei più splendidi monumenti, la difesero colla voce
e cogli scritti, la suggellarono all'uopo col loro sangue. Oh! se tutti i
cattolici, uniti di mente e di. cuore, avessero lottato coll'errore a
contrastargli il terreno, pensate voi che la storia del mondo avrebbe tante
pagine di dolore? Pensate voi che gli empii avrebbero fatto sì mal governo
della Madre nostra? Destiamoci ora. Ogni credente, a seconda delle proprie
forze, deve adoperarsi, e adoperarsi con cuore
generoso, alla sua difesa, al suo trionfo. Oggidì ogni cattolico deve essere
soldato: in his omnis homo miles
(Tertull.).
La Religione finalmente deve essere onorata. Onoriamola, o
Dilettissimi, dapertutto ed in tutto: ne' suoi dogmi, ne' suoi misteri, nel
suo sacrifizio, ne' suoi sacramenti, nelle sue cerimonie, ne' suoi ministri,
nelle sue pratiche e, in questo tempo specialmente, coll'osservanza del
digiuno Quaresimale. Onoriamola sopratutto colla santità della vita; la
nostra condotta sia come un inno di lode continuo a lei. Deh! Figli Nostri,
non distruggiamo qui ciò che altri edifica in mezzo ai popoli idolatri; e
mentre una schiera di eroici operai va in traccia di popoli barbari, per
guadagnarli alla croce, ve ne scongiuriamo per le viscere di Gesù Cristo, non
avvilite la Religione nostra santissima al cospetto de' suoi nemici, con
debolezze, con approvazioni di false massime, con letture di libri e di
giornali senza moralità e senza fede. Anzi,
concluderemo col nostro glorioso Santo Padre, con
azioni egregie e con un contegno per ogni guisa lodevole, fate palese quanto
prospera e felice sarebbe la società se tutte le sue
membra si abbellissero dello splendore di opere virtuose e sante (Encyc.
sup. cit.).
Raddoppiate poi, in queste gravi condizioni di tempi, le vostre
preghiere, o V. F. e F. C., per la Chiesa e per la società; pregate ogni
giorno e fervorosamente per l'augusto nostro Pontefice Leone XIII; nè vi
dimenticate di Noi che, desiderosi ognor più del vostro bene, invochiamo
sopra voi tutti e sopra le vostre famiglie l'abbondanza delle grazie superne,
benedicendovi affettuosissimamente nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello
Spirito Santo.
Piacenza, dal nostro Palazzo
Vescovile questo giorno 7 Febbraio 1879, anniversario della morte del Sommo
Pontefice Pio IX. †
Giovanni Battista Vescovo.
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