08. Lettera Pastorale

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08.    Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1878, (Gesù Cristo Capo invisibile della Chiesa), 16.2.1878, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1878, pp. 38

 

In Cristo, principio e fine del mondo visibile e di quello invisibile, Dio, con un unico atto, ama anche l'uomo, perfino nelle strutture fisiche della persona. E' una bontà verso la creatura che il Figlio durante la vita terrena ha fatto rifluire con gesti concreti soprattutto sugli emarginati e ora non ha cessato di esprimere nella chiesa con la grazia e la presenza reale eucaristica; perciò si può affermare che l'uomo è Cristo stesso che si estende in lui.

La chiesa, che è la continuazione dell'opera di salvezza di Gesù, assicura la presenza nella società dei principi di uguaglianza e di giustizia, portati dall'Incarnazione. Lo ha fatto in passato come è confermato dalla storia; anche oggi è abilitata a esercitare questa missione. Ma è contestata duramente; gli effetti si colgono nell'immoralità che assume proporzioni sempre più vaste.

L'aspetto più sconcertante per Scalabrini è l'indifferenza religiosa di una parte della comunità cristiana che in questo modo incoraggia l'azione dissacrante dei nemici della chiesa cattolica.

Ai fedeli l'invito del Vescovo a contrastare l'azione di questi falsi seguaci di Cristo, servi di due padroni, con una pratica religiosa esemplare e un impegno coraggioso; al clero la sollecitazione perché faccia conoscere sempre meglio, specialmente ai giovani la persona di Gesù Cristo.

 

            La sposa di Gesù, la Chiesa di Dio è in lutto. Essa piange amaramente, nè mai il suo pianto derivò da più ingiusta cagione. Chi è di voi che lo ignori ? E' caduto il suo fiore, è spento il suo lume, tace la voce di sua allegrezza. Squallide e mute sono le sue adunanze, è senza Capitano l'esercito di Cristo. L'eloquenza della Chiesa senza la sua Lingua, i fanciulli senza il Padre, i vecchi senza il loro Esemplare, gli ottimati senza {4}il Principe, il popolo senza l'Avvocato, i poveri senza il Provveditore. A tutti, a tutti è venuto meno l'ajuto dacché venne meno alla terra l'Angelico Pio IX. Ahi, quanto perdemmo! Qual vuoto, Dio grande, Ci lasciava nel cuore la sua dipartita! Ma nel nostro dolore, o V. F. e F. C. ci conforti il pensiero, che Pio IX è fra i celesti e che di là certamente proteggerà, anche con maggior efficacia, i suoi orfani figli. Ci conforti, anzi ci rallegri il pensiero, che se ora siamo privi del nostro Capo visibile, abbiamo però un'altro Capo invisibile che ci governa e che non può abbandonarci: Cristo Gesù. Ecco il grande, l’eterno Pontefice al quale dobbiamo ora più che mai tener rivolti lo sguardo, i pensieri, gli affetti, nelle cui mani dobbiamo abbandonarci, nel cui potere dobbiamo confidare, nella cui bontà dobbiamo riposare tranquilli. Ed è appunto di Gesù Cristo, o V. F. e F. C., che abbiamo divisato tenervi discorso nella presente afflizione, mentre dobbiamo indirizzarvi la parola, comunicandovi l'Indulto Quaresimale. Vi parleremo di Gesù Cristo, perchè dobbiate sempre meglio conoscerlo e amarlo, e conoscendolo e amandolo, glorificarlo. Tanto più che questo, se ben si considera, è il fine per cui la {5}Chiesa, in questi giorni, invia dovunque i suoi Ministri a bandire più spesso la divina parola, moltiplica le preghiere e i digiuni, e a tutti raccomanda di far opere più abbondanti di carità, di mortificazione, di penitenza.

            Chi è dunque Gesù Cristo? E' l'Unigenito Figlio di Dio fatto uomo per noi; è quel Verbo per cui tutte le cose che sono in cielo e in terra furono create e senza di cui nulla è stato fatto di quanto esiste (Jo. I, 3 e seg.). E' Colui che da tutta l'eternità è generato dal Padre della sua medesima sostanza, a Lui eguale in gloria e maestà, Dio vero di Dio vero, Dio di infinita potenza, d'infinita sapienza, d'infinita bontà, la cui gloria riveste i cieli, le cui lodi riempion la terra, il cui splendore vince gli astri; Dio onnipotente intorno al quale, come parlano i Libri Santi, tuona la procella e guizza la folgore e nel cui femore è scritto: Re dei Re, Signore dei Dominanti (Apoc. XIX, 16).

            Chi è Gesù Cristo? Egli è l'Alfa e l'Omega, il principio ed il fine (Apoc. I, 8). Egli anteriore a tutti, primogenito e principe d'ogni creatura (Coloss. I, 15). Egli l'erede, il centro del mondo visibile e invisibile (Heb. I, 2.), il com{6}pendio dei secoli (Heb. XIII, 8). Senza la luce, che sfolgora da Lui, tutto è caligine; senza l'opera di Lui, l'ordine della natura e della grazia, l'uomo e il mondo, il passato e il futuro sono un libro chiuso a sette sigilli (Apoc. V, 1).

            Chi è Gesù Cristo? E' Colui cui figurarono tutti i personaggi dell'Antico Testamento; è quel Messia a cui miravano da tanto tempo i desiderii delle nazioni (Malach. III, 1) e di cui i profeti aspettavano la venuta, salutandolo da lungi come il Salvatore del mondo, l'Ammirabile, il Forte, il Padre del futuro secolo, il Principe della pace (Is. IX, 6). Dopo quattromila anni finalmente, gli oracoli tacciono, le ombre scompaiono, le profezie si compiono e il mondo risuona la prima volta del faustissimo annunzio: è nato Gesù (Luc. II. 6)!

            Mistero grande, mistero ineffabile, mistero dolcissimo! Vuol dire adunque che il Verbo di Dio si è fatto carne e pose stanza fra noi (Jo. I, 14), che la divinità si è unita alla umanità e che l'Invisibile è apparso visibile, l'Onnipotente si è reso debole, l'Eterno ha cominciato ad essere, l'Immenso si è limitato, divenuto ciò che non era senza cessare di essere ciò che era (Philip. II, 6). Vuol dire che se un tempo le na{7}zioni tremavano al solo nome di divinità, noi abbiamo un Dio che non vuol essere temuto, ma amato (Ad Rom. VIII, 15). Perciò depone la gloria, occulta la maestà, spogliasi di ogni apparato di grandezza, per non comparire altro che uomo (Philip. II, 7).

            Esso è Colui che abita nell'altezza de' cieli, che passeggia sulle ali de' venti e che misura d'un guardo la terra, Egli è Dio (Jo. I, 1); ma teme quasi di comparirlo e pare che studiisi di non lasciar apparire di Sé che la sola umanità per rendere affatto popolare la sua clemenza (Tit. III, 4). Simile in ciò ad un grande Monarca che, per essere a tutti famigliare e non incutere spavento, discende dal trono, depone ogni aria di maestà ed esce per le vie a conversare coi sudditi come uno di loro.

            Eccovi, o Dilettissimi, Gesù Cristo: Egli è Re (Io. XVIII, 37), Re di tutti i secoli (I. Tim. I, 17), Re di tutti i popoli (Ps. XVII, 44), Re per diritto di eredità (Ps. II, 8), Re per diritto di conquista (1 Petr. II, 9), Re dei Re (1 Tim. VI, 15), Re essenziale, Re universale, Re eterno, il solo vero Re, perchè Dio come il Padre; ma è sì benigno, sì clemente, sì buono, che vuol {8}essere chiamato nostro famigliare (Eph. II, 19), nostro fratello (Ad Rom. VIII, 29), nostro amico (Joh. XV, 15). E quando si paragona Egli stesso ad amoroso pastore, che per balze e dirupi corre in traccia della pecorella smarrita e, trovatala, se la reca sulle proprie spalle, la copre, in castigo, di baci, e la porta tutto lieto all'ovile (Matth. XXVIII, 12). Quando si dipinge in un tenero Padre, che a braccia aperte, vola incontro al prodigo figliuolo e gli si getta al collo e lo bacia e lo abbraccia e se lo stringe caramente al seno (Luc. XV, 11). Uditelo, come sfoga Egli stesso la tenerezza del suo cuore: O voi tutti che siete stanchi e travagliati, venite a me ed io vi ristorerò (Matth. XI 18). Non son venuto a perdere, ma a salvare (Luc. IX, 56). Son venuto perchè tutti abbiano vita, e vita felice, vita beata (Joh. X, 10). Io sono il medico che va in cerca di ammalati per guarirli (Luc. V. 31). Io sono la luce che ama diffondersi ed illuminare le menti che docili si prestano a riceverla (Joh.VIII, 12). Non porto castighi, ma porto a tutti misericordia e perdono (Matt. IX, 15). E alle parole, oh come bene rispondono le azioni!

            {9}Gesù passava, dicono le Scritture, facendo a tutti del bene (Act. X, 38). Dolce, mansueto, benigno, non cerca la sua gloria, ma il vantaggio degli uomini. Egli è padre de' poveri, sostegno dei deboli, consolatore degli afflitti. Patisce la stanchezza, la fame, la sete, le calunnie, il disprezzo, gl'insulti; patisce per parte di tutti, e perfino de' suoi, ma non bada. La carità, che gli avvampa nel seno, lo anima, la carità lo spinge, la carità tutto gli fa parer soave e leggiero. Non segue che gl'impulsi del proprio cuore. Ogni sua parola è una misericordia, ogni suo passo un conforto, ogni sua azione una provvidenza, ogni suo prodigio una grazia. Dapertutto lo vediamo accerchiato da poveri, da infermi, da pubblicani, da teneri fanciulli. Sono questi i suoi amici più cari, e versa sopra tutti le sue benedizioni e tutti rimanda consolati.

            Egli vestì la nostra umanità per sentire più profondamente la compassione e per provare in sé medesimo le afflizioni, le miserie, le pene di quelli che svisceratamente ama. Gli avviene di contemplare qualche disgrazia? Il suo cuore si turba, geme e si affanna, e si mostra {10}sollecito di togliere l'angustia, di tergere le lagrime, di raddolcire l'amarezza, di rimuovere ogni motivo di desolazione. Incontra lebbrosi? Li risana. Gli si presentano paralitici? Li rinfranca. Dove vede infermi, guarisce. Ai ciechi che lo invocano dona la vista, ai mutoli la favella, ai morti la vita. Qua è una donna che lo supplica per la salute dell'unica sua figlia, travagliata dal demonio, e le accorda la grazia. Là s'imbatte in una povera vedova, che seguita piangendo il feretro dell'unico figliuolo e, impietositone, glielo torna a vita. Sempre in mezzo alle turbe, ne compiange le miserie, ne sopporta i difetti, ne soddisfa i bisogni. Già da tre giorni un'immensa moltitudine lo segue digiuna pei deserti di Palestina: questa gente Egli dice, mi fa pietà: misereor super turbam (Marc. VIII, 2), e moltiplica i pani per isfamarla. Non v'è alcuno per quanto si voglia sciagurato che in Lui non trovi misericordia e perdono. Perdona alla Maddalena, all'adultera, a Pietro. Perdona a chiunque gli domanda di essere perdonato. La sua missione è tutta di pace, non mai di vendetta.

            Giacomo e Giovanni gli chieggono un giorno di far piovere fuoco sopra l'ingrata Samaria, e Gesù? No no, lasciate, risponde loro, che troppo {11}male vi conoscete del mio spirito: nescitis cujus spiritus estis (Luc. XII, 25). Il suo spirito è di portare in pace i più vili affronti, di rispondere con un sorriso alle ingiurie più amare, di benedire a chi lo maledice, e di sentir compassione de' mali altrui. Marta e Maria sono tutte in lagrime per la morte di Lazaro loro fratello, e Gesù che fa Egli? se ne starà impassibile? Ah, veduto il loro pianto, dice il Vangelo, e tutti che piangevano con loro, sentì i fremiti della pietà, si turbò e diede anch'esso in una rotta di pianto (Io. XII, 19-38). E con quale affetto poi non fu visto, questo amorosissimo Salvatore, piangere e versar lagrime dirottissime sulla patria sua, di cui prevedeva la ruina. Chi può esattamente ripetere con eguale emozione il suo lamento di sublime mestizia? Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i Profeti, oh avessi conosciuto il giorno in cui il Signore si degna visitarti! Quante volte mi sforzai di raccogliere e ridurre a me i tuoi figli, come la chioccia ricovera sotto le ali distese i suoi nati, e tu non volesti (Matt. XXIII, 37)! Deh! qual cuore non sono atte a spetrare e commovere tali parole? Che più si vuole per conoscere Gesù Cristo? Eppur non è tutto.

            {12}Egli arde per noi del più fervido amore e l'amore non dice mai: basta. Per noi ha vissuto Gesù una vita di continui stenti, non vede l'ora di consummarla per noi (Luc. XII 50). E venne quell'ora, venne l'ora del sacrifizio e si vide la tragica scena di un Dio che muore, e che muore crocifisso per l'uomo (Ad Rom. V, 9)! Che può dirsi o pensarsi di più grande, di più ammirabile per eccesso di carità?

            Niuno certamente, come afferma lo stesso Gesù Cristo, può mostrare maggior carità che quella di dar la vita pe' suoi amici (Io. XV, 13). Ma quale carità non fu la sua a voler morire per noi suoi nemici, Egli nostro Dio, nostro Creatore, da noi offeso e oltraggiato? Ciò considerando l'Apostolo, diceva: appena si trova chi voglia morire per un uomo giusto, ma Iddio ha dimostrata in questo la sua grande carità verso di noi, che essendo noi ancora peccatori, Cristo morì per noi (Rom. V, 7). E perchè morì? Perchè lo volle Egli stesso (Is. 4, II,. 7), che altrimenti niuno avrebbe potuto a ciò obbligarlo, siccome Egli disse (Io. E 17). Ma perchè lo volle ? Non per altro, se non perchè ci amava: Dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis (Ephes. V,. 2).

            {13}Ci amava, e però Egli volle lavare le anime nostre nel suo sangue prezioso (Apoc. I, 5). Ci amava, e però volle prendere sopra di sé le nostre colpe e portarne egli stesso per noi tutta la pena (Is. 4, III. 4). Ci amava, e però volle a tanto suo costo placare lo sdegno del suo divin Padre contro di noi e, ritornandoci nella primiera sua grazia, liberarci dalla eterna ruina (Tit. III, 5).

            Nè solo questo, ma volle colla sua morte farci risorgere a una vita novella, molto migliore che non quella che avevamo perduta, mettendoci a parte de' suoi meriti e comunicandoci il suo medesimo spirito, sicchè uniti a Lui e fatti quasi una cosa con Lui, di schiavi che eravamo del demonio diventassimo per adozione figliuoli di Dio (Ephes. I, 5), suoi fratelli e coeredi del cielo (Rom. VII,. 17), come appunto farebbe un appassionato amico che non è contento del suo stato felice, se non ne partecipa e non ne gode anche il suo amico.

            E qui notate, V. F. e F. C., che quello che Gesù patì per tutti in generale, lo patì anche per ciascuno di noi in particolare; perchè verso la sua carità infinita e il valore infinito de' suoi {14}meriti, tanto era che Egli patisse e morisse per un solo, quanto per cento e per mille e per tutto il genere umano, non potendo l'amore infinito, che Egli porta a ciascuno, venir punto diminuito dall'amore che Egli porta a tutti, appunto perchè infinito. Dimodoché ciascun di noi può a tutta ragione applicare a sé in particolare, quello che di sé diceva l'Apostolo: Gesù Cristo ha amato e me ha dato sé stesso per me: dilexit me et tradidit semetipsum pro me (Gal. II, 20).

            Ma ebbero forse qui termine gli slanci amorosi del suo cuore? Non già, che anzi Gesù Cristo, ci fa intendere S. Giovanni, avendoci amati sempre, sul fine l'amor suo sorpassò ogni limite: cum dilexisset suos qui erant in mundo in finem dilexit eos (Ioh. XIII, 1).

            Egli quasi soffriva, l'amantissimo Redentore, di lasciarci orfani e soli in questo esiglio; e però eccolo, con un nuovo prodigio, nascondersi sotto i veli Eucaristici e rimanersi con noi, per nutrirci delle stesse sue Carni e inebbriarci dello stesso suo Sangue, come e quando ne piacesse, sino alla consummazione dei secoli (Matth. XXIV, 14). Oh, Eucarestìa Eucarestìa, chi non ti adorerà? Pur troppo questa parola, per la frequenza {15}che abbiamo di udirla ripetere, più non vale oggimai a destar meraviglia, ma è pure un gran dire, o Carissimi, che un Dio abiti nei nostri templi e dimori in persona fra noi continuamente! Eppure è dalla sua bocca che uscirono quelle commoventi parole: la mia delizia è di stare cogli uomini! deliciæ meæ esse cum filiis hominum (Prov. VIII, 31). Ah, non vi è dunque, nè vi può essere al mondo nazione tanto nobile e grande come quella dei cristiani, la quale abbia Dio tanto vicino come l'Iddio nostro è vicino a noi (Deut. IX, 6), nell'adorabile Sacramento! Non vi è nè vi può essere in cielo ed in terra oggetto più importante, più augusto, più sublime di questo. L'Eucarestìa è nel mondo spirituale ciò che è il sole nel mondo fisico. Nella guisa medesima che tutto gravita nel firmamento verso quest'astro magnifico, la cui luce e il cui calore diffondono ovunque la fecondità e la vita, così tutto gravita del pari verso l'augustissima Eucarestìa. E per lei solo che l'università delle cose create le quali discendono incessantemente dal Creatore, a Lui ritornano incessantemente. Quivi dunque Gesù Cristo e tutto per noi, ed è per mezzo di Gesù Cristo, o Dilettissimi, che Noi abbiamo ora libero accesso a {16}Dio con tutta confidenza, per domandargli ogni grazia (Ephes. II, 18). E' per mezzo di Gesù Cristo che siamo benedetti, eletti, predestinati, adottati in figliuoli e resi grati a Dio: Gratificavit nos in dilecto Filio suo (Ephes. I, 6). Oh sono pur dolci a meditarle queste parole! Iddio ama il suo Figliuolo e lo ama essenzialmente ed è impossibile che si compiaccia in altri che in Lui, perchè l'amore di Dio è infinito e non può avere altro oggetto che un oggetto infinito: Hic est est meus dilectus in quo mihi bene complacui (Matth. XVII,5) a quel Figliuol suo diletto, si è fatto uomo. Dunque in Lui ama l'uomo. con una sola compiacenza e dilezione, in Gesù abbraccia tutto, anche il corpo, anche la carne, anche l'anima. Ora noi siamo quella carne, quelle ossa, noi siamo quella natura, siamo un corpo con Cristo ed in Lui e per Lui siamo fatti figliuoli di Dio, anzi lo stesso Figliuolo di Dio che si estende in noi. Dunque noi pure in Lui siamo involti e compresi dal Padre in un solo atto d'amore, e come in noi e su noi si allarga e distende la figliuolanza per cui Cristo è Figliuolo di Dio, così a noi pure si allarga ed estende anche l'amore del Padre e però nel suo Figliuolo per sé grato e {17}diletto a Lui, anche noi siamo fatti essere a Lui grati e diletti: gratificavit nos in dilecto Filio suo.

            Ciò per altro non è possibile riguardo a ciascuno di noi, o V. F. e F. C., se in noi non è la sua grazia, la quale, non solo ci purghi dalla lebbra del peccato, ma ci rivesta di Gesù Cristo (Gal. III, 27), c'incorpori in Gesù Cristo (I Cor. VI, 15), ci faccia vivere della vita di Gesù Cristo (Rom. VI, 2). Grazia di Gesù Cristo, dono ineffabile! tesoro infinito! Essa è come la semenza di Dio deposta nell'anima nostra (I. Jo. III, 9), la quale ci rende partecipi della natura divina (I. Petr. I, 4.), ci assimila con arcano magistero al sommo Essere (Colos. III, 10) e, svolta che sia in tutta la sua finale perfezione, si tramuterà nella gloria beatifica (I. Cor. XIII, 10 e 109). La sua sorgente sempre viva e sempre inesausta apresi, per così dire, nel seno dell'Augustissima Triade; la sua causa meritoria è la passione e la morte di Gesù Cristo, il solo canale ordinario per trasfonderla nell'anima del cristiano sono i Sacramenti.

            La depositaria però è la dispensatrice dei Sacramenti è la Chiesa, continuazione perpetua dell'opera del Redentore e del Santifica{18}tore degli uomini sopra la terra. Dunque è la Chiesa che ha come le chiavi di questo canale, è la Chiesa che, per mezzo de' Sacramenti, attinge dal seno di Dio la grazia santificante e la fa scorrere, a somiglianza di fiume, nell'anima del cristiano (Is. XLIV, 3). Qual altro dono inestimabile quindi non ci ha fatto Gesù Cristo nel fondare quaggiù la sua Chiesa e nell'averci fatti crescere nel suo grembo? Imperocchè, o V. F. e F. C., è in grembo a Lei solamente che Egli effonde i suoi carismi. Oggetto delle sue compiacenze, pupilla degli occhi suoi, palpito del suo cuore, la Chiesa è l'unica sua colomba, l’unica sua perfetta, sposa insieme e sorella (Can. passim). E' uscita dal suo costato, e imporporata del suo sangue divino, è santa, è immacolata (pH. VI, 25). Oh chiesa, oh Chiesa, quanto sei cara a Gesù! Quanto fortunati siamo noi di esserti figli! Nella Chiesa abbiamo tutto che può guidarci all'eterna salute, fuori di essa oscurità, desolazione e morte.

            Dilettissimi, fatevi addietro col pensiero a quell'età che precedette la venuta del Salvatore. Deh, o Dio! quali tenebre ingombravano le menti, quale corruzione regnava ne' cuori! Fa pietà e ribrezzo il pensarvi. Non eravi passione cui l'uo{19}mo non si abbandonasse. L'egoismo era sovrano, il delitto divenuto cosa onorevole e, diremo quasi, divina, poichè gli Dei creati dagli uomini, invitavano l'uomo al furto, all'oppressione, alla vendetta, ad ogni sorta di scelleratezze. Quindi osservanze spaventevoli, riti infami, atroci solennità. Quindi a migliaia e migliaia i padroni trucidavano gli schiavi, i genitori sgozzavano i figli o gettavanli pasto alle fiere. Era allora una festa udire il gemito di un bambino sacrificato agli idoli o assistere al circo, ove il sangue scorreva dei combattenti. In queste nostre contrade medesime, in questa medesima a Noi dilettissima Diocesi, erano sparse quelle tenebre, era dominante la corruzione, l'idolatria: eratis aliquando tenebræ (Eph. V, 8). Come poteva ciò essere? Ce lo spiega l'Apostolo. O genti cristiane, egli grida, ricordatevi che voi eravate in quei dì senza Cristo, estranei alla cittadinanza d'Israele, esclusi dall'alleanza, non avendo la speranza delle promesse e senza Dio in questo mondo (Eph. II, 12).

            Ma Gesù Cristo è venuto, Gesù Cristo ha parlato. Uomini, voi siete tutti eguali, tutti fratelli, figli tutti di un medesimo Padre che sta ne' cieli, amatevi (Jo. XIII, 34). A queste pa{20}role l'umanità è scossa, come da letargo penoso, solleva il capo e respira. Le barriere cadono, le catene si spezzano. Dov'è il Greco? dove lo Scita? dove n'andò il diritto Ellenico e quello dei Quiriti? Udite di nuovo l'Apostolo: non vi ha più Ebreo nè gentile, non più Greco nè barbaro, non più schiavi ne liberi; siamo tutti una cosa sola in Gesù Cristo: unum estis in Christo Jesu (Gal. III, 28). Gesù Cristo ha parlato ed ecco, Dio è conosciuto, la schiavitù è abolita, la barbarie è tolta, l'idolatria è distrutta, l'unica vera religione è fondata, è rinnovato il mondo. Gesù Cristo ha parlato: beati i poveri di spirito, Egli ha detto; beati quelli che soffrono, beati coloro che sono perseguitati pel mio Nome (Matt. V, 11), e voi vedete uomini e donne, vecchi e fanciulli, sudditi e Re, a millioni e millioni consacrarsi al suo servigio, affrontare i dispregi, i tormenti, la morte. Gesù Cristo ha parlato e la sua parola più non si arresta. Essa echeggia potente attraverso dei secoli, fa il giro del mondo e crea dovunque prodigi (Ad Hebr. II, 3). Prodigi di pazienza, prodigi di fortezza, prodigi di carità. Sì, finchè vi sarà sulla terra un sol popolo da evangelizzare, un solo ignorante da istruire, un sol peccatore {21}da convertire, un solo afflitto da consolare, una sola creatura senza pane pel corpo, senza aiuto per l'anima; finchè vi saranno fra gli uomini peccati e miserie, afflizioni e scandali; finchè si udiranno sulla terra gemiti e pianti, vi saranno sempre quaggiù vescovi, sacerdoti, missionarii, religiosi, verginelle, che a costo di tutte le privazioni e di tutti i sacrificii, in virtù della parola di Gesù Cristo, voleranno al soccorso dell'afflitta umanità, lotteranno, col miracolo della loro abnegazione e del loro amore verso i fratelli, contro tutte le sventure da cui li vedranno colpiti. Così Gesù Cristo insegnò alla Chiesa, e così nella Chiesa e per mezzo della Chiesa, ci ammaestra, ci guida, ci salva. Oh sì veramente, Gesù Cristo è la luce del mondo (Jo. VIII, 12), è la Via, la Verità e la Vita (Jo. XIV, 6), è il vincolo d'unione, il bacio di pace fra il cielo e la terra, fra l'uomo e Dio (Eph. II, 14). E' Gesù il nostro Redentore, il nostro Maestro, il nostro Avvocato, il nostro Esemplare, il nostro Medico, il nostro Capo, il nostro Compagno, il nostro Fratello, il nostro Amico, il nostro Conforto, il nostro Asilo, la nostra Gloria, il nostro Giubilo, la nostra Grandezza. Egli il Pontefice della nuova alleanza, il Sacerdote eterno, il Mediatore tra {22}Dio e gli uomini, la Vittima de' nostri peccati, la nostra vera ed unica felicità. Egli la Porta per cui dobbiamo entrare nel suo regno, la Pietra angolare e il fondamento su di cui l'edificio spirituale deve essere innalzato. Egli il Pane delle anime nostre, l'Autore e il Consummatore della nostra fede, il nostro Premio, la nostra Corona, la nostra Vita, il nostro Tutto. E' a Lui, è a Gesù che dobbiamo la grazia e l'amicizia del Padre, la confidenza e la libertà dei figliuoli di Dio. E' a Lui, è a Gesù che dobbiamo tutti i beni che da Dio riceviamo, di natura, di grazia e di gloria. E' a Lui, è a Gesù che siamo tenuti se Iddio ci conserva, ci sostiene, ci difende; se non ci castiga a seconda dei nostri meriti; se più a lungo ci sopporta e ci aspetta. Da Gesù tutti ci derivano i lumi, i consigli, le ispirazioni, i buoni pensieri, i pii desiderii. Da Gesù il coraggio ne' pericoli, la forza nelle tentazioni, la sofferenza ne' dolori, la pazienza nelle avversità, la perseveranza nel bene: in omnibus divites facti estis in Christo (I. Cor. I). Sì, tutto abbiamo in Gesù, tutto possiamo in Gesù, tutto speriamo, tutto otteniamo da Gesù, essendo Gesù che ha voluto umiliarsi per noi, sacrificarsi per noi, farsi tutto per noi (I. Cor. I). O Gesù, tu sei la vera fonte di ogni {23}nostro bene, e lo fosti sempre, e lo fosti costantemente, e lo sei ancora. Gesù, e al proferir questo nome, il cuore s'intenerisce, lo spirito si commuove, e l'anima spiega il volo nella speranza. Gesù, e questo nome è più dolce alla bocca che un favo di miele, più gradito all'orecchio che il suono dell'arpa, al cuore più soave che la gioia più pura! Oh amiamolo, amiamolo Gesù! e chi ameremo noi, o V. F. e F. C., se non amiamo questo dolcissimo Salvatore? chi più degno di Lui del nostro amore e dell'amore di tutte le creature? Eppure, ahimè, Gesù non è punto amato a' dì nostri, no, non è amato! anzi, lo diciamo piangendo, flens dico (Philip. III, 18), è a Gesù che si muove guerra, e guerra accanita, è contro Gesù che si lanciano le più orrende bestemmie, è a Gesù che continuamente s'impreca, e ciò non fra i selvaggi, non fra i barbari, no; ma fra i cristiani, fra i cristiani medesimi, da Lui riscattati a prezzo di sangue, da Lui continuamente beneficati! Dio buono! come non piangerne di vivo dolore? e chi può abbastanza lamentare i disordini che ne derivano ?

            Seduto Geremia sulle ruine di sua patria e ripensando nell'amarezza del suo animo alla cagione de' mali, piombati sopra Gerusalemme, sem{24}pre lacerata da intestine discordie: troppo enorme, esclamava, troppo enorme è il delitto che ha commesso Gerusalemme: peccatum peccavit Jerusa1em, propterea instabilis facta est (Jerem. I, 8). Ah sì, V. F. e F. C., è uopo confessare che un orrendo attentato contro il cielo si è quello che ha rapito alla umana famiglia, sì spaventosamente scossa e agitata, la pace e la felicità! le ha tolta la sua primiera bellezza, le ha strappato dalla fronte, già sì serena, quella raggiante corona di che cingevasi ne' giorni della sua fedeltà.

            Noi non vogliamo negare alcuno dei titoli pei quali va superbo il nostro secolo, le scienze progredite, le distanze scomparse, e mille stupendi ritrovati, per cui l'uomo arrivò a strappare alla natura i più riposti segreti; ma con tante meraviglie, con tanto progresso, siamo noi più cristiani? siamo noi più felici? No. E’ lamento universale che in niun'altra epoca l'umana società fu più orrendamente scossa e agitata siccome nell'epoca nostra.

            Le istituzioni politiche, in preda a continui cambiamenti, s'inabissano e crollano; i più sacri diritti di libertà, e di proprietà son manomessi; i fondamenti più essenziali della società son rovesciati; le piaghe più sanguinose, che aff1iggo{25}no da tanti anni le nazioni, sembrano chiudersi per un istante, ma solo per riaprirsi più profonde e più vive. Non più onestà e giustizia, ma tradimento, ed inganno, e sfrontata dissolutezza, e ribellione ad ogni autorità divina ed umana. V. F. e F. C, donde tutto ciò? Ah, non d'altronde pur troppo che dalla guerra mossa a Gesù Cristo. Ecco la vera causa di tante sciagure. E’ una verità cotesta che non si vuol guari intendere da alcuni; se ne incolpa l'ingiustizia degli uomini, la malvagità de' tempi; eh! no. Convien lacerare la benda che nasconde agli occhi nostri la verità, convien penetrare più addentro. Gesù Cristo e il fondamento di tutte le cose, scrive S. Paolo (1. Cor. III, 11); chi sdegna adunque di fabbricare sopra un tale fondamento non può che accumulare ruine sopra ruine. Sì, o V. F. e F. C., finchè si tenterà di scristianeggiare il mondo, finchè si porrà il potere umano innanzi al potere divino di Gesù Cristo, le perturbazioni e le catastrofi non avranno mai fine, a quel modo che il mondo fisico diverebbe teatro d'inauditi sconvolgimenti, se cessasse per un'istante di venir regolato colla legge della gravitazione universale, che tutte compone in mirabile armonia le sue parti. Gesù Cristo è il centro co{26}mune della creazione; è l'anello prezioso che unisce l'opera dell'Onnipotente al Creatore divino; è la meta di tutte le opere e dei disegni tutti della Provvidenza; è la ragione suprema, ultima di tutte le mire di Dio nella umanità redenta di cui è capo; è la norma di tutti i nostri progressi, essendo la sola vera luce, che illumina ogni uomo, e quindi l'intiera umanità. Sino a che pertanto la società odierna tenterà sbandire questa luce divina dalle scuole, dai parlamenti, dalle leggi, dal vivere civile, dalle abitudini domestiche, dai costumi, continuerà essa a gemere nel suo dolore, rendendo in se stessa l'immagine di un cieco che vacilla e cade sotto i raggi del più splendido sole.

            Dilettissimi, non contribuite dal canto vostro a tanta sventura. Amate Gesù, state uniti a Gesù, che tutta la perfezione del cristiano sta appunto qui: l'unione con Gesù Cristo. Qui dimora il principio d'ogni bene, il fondamento e l'origine d'ogni nostra grandezza. Io sono la vera vite, dice il Signore, e voi siete i tralci: Ego sum vitis vera et vos palmites (Jo. XV, 5). Ora siccome un tralcio, staccato dalla vite, inaridisce e muore, così morirete anche voi, se disgiunti da Gesù Cristo. L'unione con Gesù Cristo e cosa vitale per noi; tolta que{27}sta, siam morti noi, e morte sono le cose nostre e diventiamo cadaveri, come è cadavere un corpo che è privo dell'anima. Se volete perciò che un'opera vi torni in merito, conviene unirla ai meriti di Gesù; se volete che una preghiera vi sia esaudita, conviene unirla a quella di Gesù; se volete che un dolore, un disagio, una pena vi torni a salute, conviene unirla ai dolori, ai disagi, alle pene di Gesù. E' un caro fratello, a cui dobbiamo stringerci nel cammino della vita, sorreggerci, camminare con esso, perchè da lui, come abbiamo già detto, ci viene ogni grazia, il valore d'ogni azione, la forza stessa di compierla, la vita insomma, è lo spirito dell'anima nostra, spirito così vitale, che senza di esso nulla di bene si può fare pel cielo ed ogni fatica riesce inutile: sine me nihil potestis facere (Jo. ibi).

            Nè solamente dobbiamo vivere di Gesù Cristo, ma ancora Egli stesso deve essere la nostra vita e deve vivere in noi. Vivere in noi col suo spirito, colla sua grazia, coll'impressione de' suoi misteri, coll'applicazione de' suoi meriti, coll'efficacia de' suoi Sacramenti, e, sopra tutto, con quello del suo Corpo e del suo Sangue, di maniera che possiamo dir coll'Apostolo: non son {28}io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me: vivo autem jam non ego; vivit vero in me Christus (Gal. II, 20). Ciò vuol dire, scrive il mellifluo Dottore di Ginevra, S. Francesco di Sales, che Gesù abita nel nostro cuore, e vi regna da padrone e da re; che il suo spirito si estende, si dilata in noi, e come un calore vitale ci signoreggia, raddrizza tutto, riscalda tutto, santifica tutto, divinizza tutto, ed ama nel cuore, pensa nella mente, parla nella lingua, opera nelle mani; e le forze si consumano per Lui, gli studii si fanno per gloria sua, i doveri si compiono per la sua grazia, i dolori si patiscono per amor suo, i solazzi, il nutrimento medesimo, si prendono per dar gusto a Lui, il suo trono e innalzato in mezzo al cristiano: regnum Dei intra vos est (Luc. XVII, 21). Le cose nostre, fatte solo all'umana, fossero anche miracoli; le virtù medesime, praticate all'umana, fossero anche le virtù più eroiche, a nulla giovano per la vita eterna, se non sono fatte a riguardo di Gesù, per Gesù e con Gesù; sono colombe senz'ali che non valgono a sollevarsi nel cielo; ma unite a Gesù, s'innalzano all'ordine sovranaturale, e allora si verifica appunto la promessa di S. Paolo, che ogni momentanea e leggera tri{29}bolazione, opera in noi un peso eterno smisurato di gloria: æternum gloriæ pondus operatur in nobis (II. Cor. IV, 17). Una moneta debbe avere la impronta del suo Sovrano, chè altrimenti non vale, non ha corso nel commercio, e le opere del cristiano debbono avere la impronta di Gesù Cristo, chè altrimenti non valgono alla compra del cielo, mentre nulla piace all'eterno suo Padre se non rende l'imagine dal Figlio suo e non ne porta in certo modo il carattere. Noi, noi medesimi, o V. F. e F. C., non verremo introdotti alla gloria, se non saremo trovati conformi a cotesto divino Esemplare (Rom. VIII, 29).

            Rivestitevi dunque di Gesù Cristo, o Carissimi, oggi più che mai, allo scopo di resistere gagliardamente, non solo contro la soperchiante empietà, ma, più di tutto, contro la ignavia degl'indifferenti e dei servi di due padroni, dai quali pigliano tutta la loro forza i nemici di Gesù Cristo. Mostratevi, più che colle parole, colle opere, in qualsiasi incontro, fedeli e coraggiosi discepoli di questo divino Maestro, sicchè Egli, come scrive S. Ambrogio, sia a noi di segnacolo sulla fronte, sul cuore e sul braccio; sulla fronte perchè siate sempre pronti a confessarlo, nel cuore perchè sempre lo amiate, sul {30}braccio; perchè sempre per lui operiate. Splenda dunque l'immagine sua nella vostra confessione, splenda nei vostri studii, splenda nelle opere e nei fatti e, per quanto è possibile, tutta intera la sua immagine risplenda in voi (De Isaach. c. VIII); e tanto più in voi risplenda, in quanto che i figli delle tenebre si sforzano con mille arti di oscurarla. Come ai padri nostri, vi diremo con S. Agostino, bisognò d'esser forti contro il leone, così a noi conviene di star vigilanti contro il serpe. Imperciocché la persecuzione, o che venga dalla belva, o che venga dal rettile, mai non cessa nella Chiesa; ed è più da temere il nemico quando inganna che quando imperversa. A quel tempo faceva forza a' cristiani, e ora li ammaestra a negar Cristo; allora costringeva, ora insegna; allora violentava, ora insidia; allora fremeva, ora lubrico striscia e difficilmente si vede; allora tormentava i cristiani a negar Cristo, e quelli il confessavano ed erano coronati; ora per lo contrario insegna a negar Cristo, e colui che riceve quell'insegnamento non crede di separarsi da Cristo (In. Ps. XC).

            Adunque, V. F. e F. C. guardatevi da ogni insidia. Distruggete ogni altura che sorga contro {31}la scienza di Dio, soggettando l'intelletto alla ubbidienza di Cristo (II. Cor. XIV, 5), il quale ha detto: chi crede in me sarà salvo, e chi non crede sarà condannato (Marc. XVI, 16).

            Voi specialmente, o V. F. e Cooperatori Nostri, con tutta la forza dello zelo nel ministero della parola, adoperatevi, ve ne scongiuriamo, a far conoscere sempre meglio Gesù Cristo e le sue grandi istituzioni di grazia e di misericordia, prevenendo con sode istruzioni gl'incauti, contro le arti di quelli che, assoggettando Gesù Cristo e le sue massime ai loro vani pensamenti, tentano di sbandirlo dalle menti e dai cuori. Ma soprattutto vogliamo sia raccomandata al vostro cuore la gioventù. Non vi stancate di coltivare un terreno che è quasi tutto in mano vostra, e che è atto a produrre i più bei frutti.

            Il vedere con quanta industria e perseveranza si lavora nel mondo per guastare i giovanetti, per fare intristire queste care pianticelle della vigna di Dio, oh qual rimordimento non dovrebbe essere al cuore di chi nulla facesse per preservarle e difenderle! qual fiamma di celeste carità non dovrebbe in tutti svegliarsi affine di salvarle!

            {32}E fu appunto perchè acceso di questa fiamma divina, che il non mai abbastanza lagrimato Pontefice, l'immortale Pio IX, nell'ultima sua esortazione ai pastori di anime, lasciava loro qual supremo ricordo, d'istruire la gioventù nelle cose della fede. Auree parole colle quali terminò il suo glorioso Pontificato e che Noi non sapremmo abbastanza ripetere: Vi dirò, così Egli, una cosa sola e poi vi lascierò partire. So bene che vi sono sempre nelle diverse Parrocchie degl'ignoranti che non sanno nemmeno le cose più necessarie della Religione. So anche che i genitori sono colpevolissimi, se lasciano crescere i loro figli in tale ignoranza; ma so anche che noi dobbiamo correre in cerca dei peccatori per convertirli, e degl'ignoranti per illuminarli. Cercate dunque gl'ignoranti, illuminateli con zelo, onde non si possa dire che in questo centro del mondo cattolico (e Noi diremo nella Nostra Diocesi) vi sia di quelli che ignorano i misteri principali di nostra santa religione. Adoperate tutti i vostri sforzi per togliere da Roma questo disonore e così, mediante il vostro zelo e le vostre preghiere, la luce della verità risplenda dovunque in questa santa città.

            {33}Venerabili Nostri Cooperatori, adempiamo al testamento del Padre, e lo adempiremo se anche noi attingeremo forza da Gesù Cristo, se Gesù Cristo vivrà in noi. Tutti, tutti, V. F. e F. C., stringiamoci intorno a questo amabile Salvatore, come i soldati al capitano, i fratelli al fratello, gli amici all'amico. Non ci vergogniamo della bandiera di Lui. Il suo zelo anzi ne infiammi di santo trasporto. Vediamo Gesù di nuovo crocifisso ne' suoi ministri, nella sua Chiesa, e ci rimarremo? Si denigra il padre, possono tacere i figliuoli? si nega Dio, possono contenersi i credenti? Non mai. Confessiamo Gesù Cristo, predichiamo Gesù Cristo; tutti, secondo la misura di nostre forze, facciamo conoscere Gesù Cristo; facciamolo conoscere se non altro nella nostra condotta, credendolo come dev'essere creduto, amandolo come vuol essere amato. Ricevendone con umiltà le dottrine, compiendone con esattezza le leggi, ascoltandone con docilità la parola, meditandone con attenzione i misteri, ricevendone con frequenza i Sacramenti, imitandone con fedeltà gli esempii, obbedendone con soggezione la Chiesa, zelandone con ardore la gloria.

            Il modo del conversare sia quello di Gesù, {34}l'andare della persona sia quello di Gesù, lo sguardo degli occhi sia quello di Gesù, la mansuetudine dei modi sia quella di Gesù; Gesù per ispecchio, Gesù per modello, Gesù per sigillo. Egli a profferire i giudizii, a tracciare le vie, a decidere le scelte; Egli a governare, a dirigere, a padroneggiare la nostra vita, Egli finalmente il nostro amore, il nostro gaudio, la nostra corona, il pensiero della nostra mente, il battito del nostro cuore, l'ala delle nostre aspirazioni, il suono che addolcisca le nostre orecchie, il balsamo che lenisca i nostri dolori, il bastone che ci regga nel terreno pellegrinaggio, l'inno e il cantico il quale echeggi sulle nostre labbra, e dal tempo ci accompagni all'eternità.

            Effondiamo poi, in questi santi giorni di propiziazione e di perdono, il cuore innanzi a Dio, pregandolo fervorosamente, con umiltà e filiale costanza, gli uni per gli altri, affinché possiamo arrivare a salute (Jacob. V, 16). Preghiamolo per quelle anime che gemono nel carcere di purgazione, affinchè presto sieno ammesse a godere dell'eterno riposo. Preghiamolo per tanti poveri peccatori che corrono in folla al precipizio, affinchè li richiami a tempo, li converta e li salvi. Ma {35}la nostra più calda preghiera in questi giorni, o V. F. e F. C., sia essa pei bisogni della tenera nostra Madre, la Chiesa. E non vedete la tempesta che mugghia e le onde che sbattono la navicella? Oh si preghiamo, preghiamo! La voce sola del Nazareno potrà ridonarle la calma. Sì, preghiamolo che voglia convertire l'amarezza, ond'è afflitta questa cara sua Sposa, in altrettanto gaudio; che presto le conceda di sollevare rasserenata la fronte, dal profondo lutto in cui trovasi per la perdita del grande Pio IX e di esultare nell'elezione di un'altro Pastore, il quale ne imiti le Apostoliche virtù e ne segua le gloriose pedate.

            Pregate infine, o V. F. e F. C., anche pel vostro Vescovo, che v'implora dal cielo la copia delle grazie più elette, e che v'imparte, dall'intimo del cuore, la Pastorale Benedizione, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

 

Piacenza dal Nostro Palazzo Vescovile, quest'oggi 16 Febbraio, giorno delle solenni Esequie in suffragio dell'Anima di Pio IX  il Grande.

 

 

† Giovanni Battista Vescovo