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08. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1878, (Gesù Cristo Capo invisibile della Chiesa), 16.2.1878, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1878, pp. 38
In Cristo, principio e fine del mondo visibile e di quello invisibile, Dio, con un unico atto, ama anche l'uomo, perfino nelle strutture fisiche della persona. E' una bontà verso la creatura che il Figlio durante la vita terrena ha fatto rifluire con gesti concreti soprattutto sugli emarginati e ora non ha cessato di esprimere nella chiesa con la grazia e la presenza reale eucaristica; perciò si può affermare che l'uomo è Cristo stesso che si estende in lui. La chiesa, che è la continuazione dell'opera di salvezza di Gesù, assicura la presenza nella società dei principi di uguaglianza e di giustizia, portati dall'Incarnazione. Lo ha fatto in passato come è confermato dalla storia; anche oggi è abilitata a esercitare questa missione. Ma è contestata duramente; gli effetti si colgono nell'immoralità che assume proporzioni sempre più vaste. L'aspetto più sconcertante per Scalabrini è l'indifferenza religiosa di una parte della comunità cristiana che in questo modo incoraggia l'azione dissacrante dei nemici della chiesa cattolica. Ai
fedeli l'invito del Vescovo a contrastare l'azione di questi falsi seguaci di
Cristo, servi di due padroni, con una pratica religiosa esemplare e un impegno
coraggioso; al clero la sollecitazione perché faccia conoscere sempre meglio,
specialmente ai giovani la persona di Gesù Cristo.
La sposa di Gesù, la Chiesa di Dio è in lutto. Essa piange
amaramente, nè mai il suo pianto derivò da più ingiusta cagione. Chi è di
voi che lo ignori ? E' caduto il suo fiore, è spento il suo lume, tace la
voce di sua allegrezza. Squallide e mute sono le sue adunanze, è senza
Capitano l'esercito di Cristo. L'eloquenza della Chiesa senza la sua Lingua, i
fanciulli senza il Padre, i vecchi senza il loro Esemplare, gli ottimati senza
il Principe, il popolo senza l'Avvocato, i poveri senza
il Provveditore. A tutti, a tutti è venuto meno l'ajuto dacché venne meno
alla terra l'Angelico Pio IX. Ahi, quanto perdemmo! Qual vuoto, Dio grande, Ci
lasciava nel cuore la sua dipartita! Ma nel nostro dolore, o V. F. e F. C. ci
conforti il pensiero, che Pio IX è fra i celesti e che di là certamente
proteggerà, anche con maggior efficacia, i suoi orfani figli. Ci conforti,
anzi ci rallegri il pensiero, che se ora siamo privi del nostro Capo visibile,
abbiamo però un'altro Capo invisibile che ci governa e che non può
abbandonarci: Cristo Gesù. Ecco il grande, l’eterno Pontefice al quale
dobbiamo ora più che mai tener rivolti lo sguardo, i pensieri, gli affetti,
nelle cui mani dobbiamo abbandonarci, nel cui potere dobbiamo confidare, nella
cui bontà dobbiamo riposare tranquilli. Ed è appunto di Gesù Cristo, o V.
F. e F. C., che abbiamo divisato tenervi discorso nella presente afflizione,
mentre dobbiamo indirizzarvi la parola, comunicandovi l'Indulto Quaresimale.
Vi parleremo di Gesù Cristo, perchè dobbiate sempre meglio conoscerlo e
amarlo, e conoscendolo e amandolo, glorificarlo. Tanto più che questo, se ben
si considera, è il fine per cui la Chiesa,
in questi giorni, invia dovunque i suoi Ministri a bandire più spesso la
divina parola, moltiplica le preghiere e i digiuni, e a tutti raccomanda di
far opere più abbondanti di carità, di mortificazione, di penitenza.
Chi è dunque Gesù Cristo? E' l'Unigenito Figlio di Dio fatto uomo per
noi; è quel Verbo per cui tutte le cose che sono in cielo e in terra furono
create e senza di cui nulla è stato fatto di quanto esiste (Jo.
I, 3 e seg.). E' Colui che da tutta l'eternità è generato dal Padre
della sua medesima sostanza, a Lui eguale in gloria e maestà, Dio vero di Dio
vero, Dio di infinita potenza, d'infinita sapienza, d'infinita bontà, la cui
gloria riveste i cieli, le cui lodi riempion la terra, il cui splendore vince
gli astri; Dio onnipotente intorno al quale, come parlano i Libri Santi, tuona
la procella e guizza la folgore e nel cui femore è scritto: Re dei Re,
Signore dei Dominanti (Apoc. XIX, 16).
Chi è Gesù Cristo? Egli è l'Alfa e l'Omega, il principio ed il fine (Apoc.
I, 8). Egli anteriore a tutti, primogenito e principe d'ogni creatura (Coloss.
I, 15). Egli l'erede, il centro del mondo visibile e invisibile (Heb.
I, 2.), il compendio dei
secoli (Heb. XIII, 8). Senza la
luce, che sfolgora da Lui, tutto è caligine; senza l'opera di Lui, l'ordine
della natura e della grazia, l'uomo e il mondo, il passato e il futuro sono un
libro chiuso a sette sigilli (Apoc. V,
1).
Chi è Gesù Cristo? E' Colui cui figurarono tutti i personaggi
dell'Antico Testamento; è quel Messia a cui miravano da tanto tempo i
desiderii delle nazioni (Malach. III, 1)
e di cui i profeti aspettavano la venuta, salutandolo da lungi come il
Salvatore del mondo, l'Ammirabile, il Forte, il Padre del futuro secolo, il
Principe della pace (Is. IX, 6).
Dopo quattromila anni finalmente, gli oracoli tacciono, le ombre scompaiono,
le profezie si compiono e il mondo risuona la prima volta del faustissimo
annunzio: è nato Gesù (Luc. II. 6)!
Mistero grande, mistero ineffabile, mistero dolcissimo! Vuol dire
adunque che il Verbo di Dio si è fatto carne e pose stanza fra noi (Jo. I, 14), che la divinità si è unita alla umanità e che
l'Invisibile è apparso visibile, l'Onnipotente si è reso debole, l'Eterno ha
cominciato ad essere, l'Immenso si è limitato, divenuto ciò che non era
senza cessare di essere ciò che era (Philip.
II, 6). Vuol dire che se un tempo le nazioni tremavano al solo nome di divinità, noi abbiamo
un Dio che non vuol essere temuto, ma amato (Ad
Rom. VIII, 15). Perciò depone la gloria, occulta la maestà, spogliasi di
ogni apparato di grandezza, per non comparire altro che uomo (Philip.
II, 7).
Esso è Colui che abita nell'altezza de' cieli, che passeggia sulle ali
de' venti e che misura d'un guardo la terra, Egli è Dio (Jo.
I, 1); ma teme quasi di comparirlo e pare che studiisi di non lasciar
apparire di Sé che la sola umanità per rendere affatto popolare la sua
clemenza (Tit. III, 4). Simile in ciò
ad un grande Monarca che, per essere a tutti famigliare e non incutere
spavento, discende dal trono, depone ogni aria di maestà ed esce per le vie a
conversare coi sudditi come uno di loro.
Eccovi, o Dilettissimi, Gesù Cristo: Egli è Re (Io.
XVIII, 37), Re di tutti i secoli (I.
Tim. I, 17), Re di tutti i popoli (Ps.
XVII, 44), Re per diritto di eredità (Ps.
II, 8), Re per diritto di conquista (1
Petr. II, 9), Re dei Re (1 Tim. VI,
15), Re essenziale, Re universale, Re eterno, il solo vero Re, perchè Dio
come il Padre; ma è sì benigno, sì clemente, sì buono, che vuol essere
chiamato nostro famigliare (Eph. II, 19),
nostro fratello (Ad Rom. VIII, 29),
nostro amico (Joh. XV, 15). E quando
si paragona Egli stesso ad amoroso pastore, che per balze e dirupi corre in
traccia della pecorella smarrita e, trovatala, se la reca sulle proprie
spalle, la copre, in castigo, di baci, e la porta tutto lieto all'ovile (Matth. XXVIII, 12). Quando si dipinge in un tenero Padre, che a
braccia aperte, vola incontro al prodigo figliuolo e gli si getta al collo e
lo bacia e lo abbraccia e se lo stringe caramente al seno (Luc. XV, 11). Uditelo, come sfoga Egli stesso la tenerezza del suo
cuore: O voi tutti che siete stanchi e travagliati, venite a me ed io vi
ristorerò (Matth. XI 18). Non son
venuto a perdere, ma a salvare (Luc. IX,
56). Son venuto perchè tutti abbiano vita, e vita felice, vita beata (Joh.
X, 10). Io sono il medico che va in cerca di ammalati per guarirli (Luc.
V. 31). Io sono la luce che ama diffondersi ed illuminare le menti che
docili si prestano a riceverla (Joh.VIII,
12). Non porto castighi, ma porto a tutti misericordia e perdono (Matt.
IX, 15). E alle parole, oh come bene rispondono le azioni!
Gesù passava, dicono
le Scritture, facendo a tutti del bene (Act.
X, 38). Dolce, mansueto, benigno, non cerca la sua gloria, ma il vantaggio
degli uomini. Egli è padre de' poveri, sostegno dei deboli, consolatore degli
afflitti. Patisce la stanchezza, la fame, la sete, le calunnie, il disprezzo,
gl'insulti; patisce per parte di tutti, e perfino de' suoi, ma non bada. La
carità, che gli avvampa nel seno, lo anima, la carità lo spinge, la carità
tutto gli fa parer soave e leggiero. Non segue che gl'impulsi del proprio
cuore. Ogni sua parola è una misericordia, ogni suo passo un conforto, ogni
sua azione una provvidenza, ogni suo prodigio una grazia. Dapertutto lo
vediamo accerchiato da poveri, da infermi, da pubblicani, da teneri fanciulli.
Sono questi i suoi amici più cari, e versa sopra tutti le sue benedizioni e
tutti rimanda consolati.
Egli vestì la nostra umanità per sentire più profondamente la
compassione e per provare in sé medesimo le afflizioni, le miserie, le pene
di quelli che svisceratamente ama. Gli avviene di contemplare qualche
disgrazia? Il suo cuore si turba, geme e si affanna, e si mostra sollecito di togliere l'angustia, di tergere le lagrime, di
raddolcire l'amarezza, di rimuovere ogni motivo di desolazione. Incontra
lebbrosi? Li risana. Gli si presentano paralitici? Li rinfranca. Dove vede
infermi, guarisce. Ai ciechi che lo invocano dona la vista, ai mutoli la
favella, ai morti la vita. Qua è una donna che lo supplica per la salute
dell'unica sua figlia, travagliata dal demonio, e le accorda la grazia. Là
s'imbatte in una povera vedova, che seguita piangendo il feretro dell'unico
figliuolo e, impietositone, glielo torna a vita. Sempre in mezzo alle turbe,
ne compiange le miserie, ne sopporta i difetti, ne soddisfa i bisogni. Già da
tre giorni un'immensa moltitudine lo segue digiuna pei deserti di Palestina:
questa gente Egli dice, mi fa pietà: misereor
super turbam (Marc. VIII, 2), e moltiplica i pani per isfamarla. Non v'è
alcuno per quanto si voglia sciagurato che in Lui non trovi misericordia e
perdono. Perdona alla Maddalena, all'adultera, a Pietro. Perdona a chiunque
gli domanda di essere perdonato. La sua missione è tutta di pace, non mai di
vendetta.
Giacomo e Giovanni gli chieggono un giorno di far piovere fuoco sopra
l'ingrata Samaria, e Gesù? No no, lasciate, risponde loro, che troppo male
vi conoscete del mio spirito: nescitis
cujus spiritus estis (Luc. XII, 25). Il suo spirito è di portare in pace
i più vili affronti, di rispondere con un sorriso alle ingiurie più amare,
di benedire a chi lo maledice, e di sentir compassione de' mali altrui. Marta
e Maria sono tutte in lagrime per la morte di Lazaro loro fratello, e Gesù
che fa Egli? se ne starà impassibile? Ah, veduto il loro pianto, dice il
Vangelo, e tutti che piangevano con loro, sentì i fremiti della pietà, si
turbò e diede anch'esso in una rotta di pianto (Io.
XII, 19-38). E con quale affetto poi non fu visto, questo amorosissimo
Salvatore, piangere e versar lagrime dirottissime sulla patria sua, di cui
prevedeva la ruina. Chi può esattamente ripetere con eguale emozione il suo
lamento di sublime mestizia? Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i Profeti,
oh avessi conosciuto il giorno in cui il Signore si degna visitarti! Quante
volte mi sforzai di raccogliere e ridurre a me i tuoi figli, come la chioccia
ricovera sotto le ali distese i suoi nati, e tu non volesti (Matt.
XXIII, 37)! Deh! qual cuore non sono atte a spetrare e commovere tali
parole? Che più si vuole per conoscere Gesù Cristo? Eppur non è tutto.
Egli arde per noi
del più fervido amore e l'amore non dice mai: basta. Per noi ha vissuto Gesù
una vita di continui stenti, non vede l'ora di consummarla per noi (Luc. XII 50). E venne quell'ora, venne l'ora del sacrifizio e si
vide la tragica scena di un Dio che muore, e che muore crocifisso per l'uomo (Ad
Rom. V, 9)! Che può dirsi o pensarsi di più grande, di più ammirabile
per eccesso di carità?
Niuno certamente, come afferma lo stesso Gesù Cristo, può mostrare
maggior carità che quella di dar la vita pe' suoi amici (Io.
XV, 13). Ma quale carità non fu la sua a voler morire per noi suoi
nemici, Egli nostro Dio, nostro Creatore, da noi offeso e oltraggiato? Ciò
considerando l'Apostolo, diceva: appena si trova chi voglia morire per un uomo
giusto, ma Iddio ha dimostrata in questo la sua grande carità verso di noi,
che essendo noi ancora peccatori, Cristo morì per noi (Rom.
V, 7). E perchè morì? Perchè lo volle Egli stesso (Is. 4, II,. 7), che altrimenti niuno avrebbe potuto a ciò
obbligarlo, siccome Egli disse (Io. E
17). Ma perchè lo volle ? Non per altro, se non perchè ci amava: Dilexit
nos, et tradidit semetipsum pro nobis (Ephes. V,. 2).
Ci amava, e però
Egli volle lavare le anime nostre nel suo sangue prezioso (Apoc.
I, 5). Ci amava, e però volle prendere sopra di sé le nostre colpe e
portarne egli stesso per noi tutta la pena (Is.
4, III. 4). Ci amava, e però volle a tanto suo costo placare lo sdegno
del suo divin Padre contro di noi e, ritornandoci nella primiera sua grazia,
liberarci dalla eterna ruina (Tit. III,
5).
Nè solo questo, ma volle colla sua morte farci risorgere a una vita
novella, molto migliore che non quella che avevamo perduta, mettendoci a parte
de' suoi meriti e comunicandoci il suo medesimo spirito, sicchè uniti a Lui e
fatti quasi una cosa con Lui, di schiavi che eravamo del demonio diventassimo
per adozione figliuoli di Dio (Ephes. I,
5), suoi fratelli e coeredi del cielo (Rom.
VII,. 17), come appunto farebbe un appassionato amico che non è contento
del suo stato felice, se non ne partecipa e non ne gode anche il suo amico.
E qui notate, V. F. e F. C., che quello che Gesù patì per tutti in
generale, lo patì anche per ciascuno di noi in particolare; perchè verso la
sua carità infinita e il valore infinito de' suoi meriti,
tanto era che Egli patisse e morisse per un solo, quanto per cento e per mille
e per tutto il genere umano, non potendo l'amore infinito, che Egli porta a
ciascuno, venir punto diminuito dall'amore che Egli porta a tutti, appunto
perchè infinito. Dimodoché ciascun di noi può a tutta ragione applicare a sé
in particolare, quello che di sé diceva l'Apostolo: Gesù Cristo ha amato e
me ha dato sé stesso per me: dilexit me
et tradidit semetipsum pro me (Gal. II, 20).
Ma ebbero forse qui termine gli slanci amorosi del suo cuore? Non già,
che anzi Gesù Cristo, ci fa intendere S. Giovanni, avendoci amati sempre, sul
fine l'amor suo sorpassò ogni limite: cum
dilexisset suos qui erant in mundo in finem dilexit eos (Ioh. XIII, 1).
Egli quasi soffriva, l'amantissimo Redentore, di lasciarci orfani e
soli in questo esiglio; e però eccolo, con un nuovo prodigio, nascondersi
sotto i veli Eucaristici e rimanersi con noi, per nutrirci delle stesse sue
Carni e inebbriarci dello stesso suo Sangue, come e quando ne piacesse, sino
alla consummazione dei secoli (Matth.
XXIV, 14). Oh, Eucarestìa Eucarestìa, chi non ti adorerà? Pur troppo
questa parola, per la frequenza che
abbiamo di udirla ripetere, più non vale oggimai a destar meraviglia, ma è
pure un gran dire, o Carissimi, che un Dio abiti nei nostri templi e dimori in
persona fra noi continuamente! Eppure è dalla sua bocca che uscirono quelle
commoventi parole: la mia delizia è di stare cogli uomini! deliciæ meæ esse cum filiis hominum (Prov. VIII, 31). Ah, non vi
è dunque, nè vi può essere al mondo nazione tanto nobile e grande come
quella dei cristiani, la quale abbia Dio tanto vicino come l'Iddio nostro è
vicino a noi (Deut. IX, 6),
nell'adorabile Sacramento! Non vi è nè vi può essere in cielo ed in terra
oggetto più importante, più augusto, più sublime di questo. L'Eucarestìa
è nel mondo spirituale ciò che è il sole nel mondo fisico. Nella guisa
medesima che tutto gravita nel firmamento verso quest'astro magnifico, la cui
luce e il cui calore diffondono ovunque la fecondità e la vita, così tutto
gravita del pari verso l'augustissima Eucarestìa. E per lei solo che
l'università delle cose create le quali discendono incessantemente dal
Creatore, a Lui ritornano incessantemente. Quivi dunque Gesù Cristo e tutto
per noi, ed è per mezzo di Gesù Cristo, o Dilettissimi, che Noi abbiamo ora
libero accesso a Dio con tutta confidenza, per domandargli ogni grazia (Ephes.
II, 18). E' per mezzo di Gesù Cristo che siamo benedetti, eletti,
predestinati, adottati in figliuoli e resi grati a Dio: Gratificavit
nos in dilecto Filio suo (Ephes. I, 6). Oh sono pur dolci a meditarle
queste parole! Iddio ama il suo Figliuolo e lo ama essenzialmente ed è
impossibile che si compiaccia in altri che in Lui, perchè l'amore di Dio è
infinito e non può avere altro oggetto che un oggetto infinito: Hic
est est meus dilectus in quo mihi bene complacui (Matth. XVII,5) a quel
Figliuol suo diletto, si è fatto uomo. Dunque in Lui ama l'uomo. con una sola
compiacenza e dilezione, in Gesù abbraccia tutto, anche il corpo, anche la
carne, anche l'anima. Ora noi siamo quella carne, quelle ossa, noi siamo
quella natura, siamo un corpo con Cristo ed in Lui e per Lui siamo fatti
figliuoli di Dio, anzi lo stesso Figliuolo di Dio che si estende in noi.
Dunque noi pure in Lui siamo involti e compresi dal Padre in un solo atto
d'amore, e come in noi e su noi si allarga e distende la figliuolanza per cui
Cristo è Figliuolo di Dio, così a noi pure si allarga ed estende anche
l'amore del Padre e però nel suo Figliuolo per sé grato e diletto
a Lui, anche noi siamo fatti essere a Lui grati e diletti: gratificavit nos in dilecto Filio suo.
Ciò per altro non è possibile riguardo a ciascuno di noi, o V. F. e
F. C., se in noi non è la sua grazia, la quale, non solo ci purghi dalla
lebbra del peccato, ma ci rivesta di Gesù Cristo (Gal.
III, 27), c'incorpori in Gesù Cristo (I
Cor. VI, 15), ci faccia vivere della vita di Gesù Cristo (Rom.
VI, 2). Grazia di Gesù Cristo, dono ineffabile! tesoro infinito! Essa è
come la semenza di Dio deposta nell'anima nostra (I.
Jo. III, 9), la quale ci rende partecipi della natura divina (I. Petr. I, 4.), ci assimila con arcano magistero al sommo Essere (Colos.
III, 10) e, svolta che sia in tutta la sua finale perfezione, si tramuterà
nella gloria beatifica (I. Cor. XIII, 10
e 109). La sua sorgente sempre viva e sempre inesausta apresi, per così
dire, nel seno dell'Augustissima Triade; la sua causa meritoria è la passione
e la morte di Gesù Cristo, il solo canale ordinario per trasfonderla
nell'anima del cristiano sono i Sacramenti.
La depositaria però è la dispensatrice dei Sacramenti è la Chiesa,
continuazione perpetua dell'opera del Redentore e del Santificatore degli uomini sopra la terra. Dunque è la Chiesa
che ha come le chiavi di questo canale, è la Chiesa che, per mezzo de'
Sacramenti, attinge dal seno di Dio la grazia santificante e la fa scorrere, a
somiglianza di fiume, nell'anima del cristiano (Is. XLIV, 3). Qual altro dono inestimabile quindi non ci ha fatto
Gesù Cristo nel fondare quaggiù la sua Chiesa e nell'averci fatti crescere
nel suo grembo? Imperocchè, o V. F. e F. C., è in grembo a Lei solamente che
Egli effonde i suoi carismi. Oggetto delle sue compiacenze, pupilla degli
occhi suoi, palpito del suo cuore, la Chiesa è l'unica sua colomba, l’unica
sua perfetta, sposa insieme e sorella (Can.
passim). E' uscita dal suo costato, e imporporata del suo sangue divino,
è santa, è immacolata (pH. VI, 25).
Oh chiesa, oh Chiesa, quanto sei cara a Gesù! Quanto fortunati siamo noi di
esserti figli! Nella Chiesa abbiamo tutto che può guidarci all'eterna salute,
fuori di essa oscurità, desolazione e morte.
Dilettissimi, fatevi addietro col pensiero a quell'età che precedette
la venuta del Salvatore. Deh, o Dio! quali tenebre ingombravano le menti,
quale corruzione regnava ne' cuori! Fa pietà e ribrezzo il pensarvi. Non
eravi passione cui l'uomo
non si abbandonasse. L'egoismo era sovrano, il delitto divenuto cosa onorevole
e, diremo quasi, divina, poichè gli Dei creati dagli uomini, invitavano
l'uomo al furto, all'oppressione, alla vendetta, ad ogni sorta di
scelleratezze. Quindi osservanze spaventevoli, riti infami, atroci solennità.
Quindi a migliaia e migliaia i padroni trucidavano gli schiavi, i genitori
sgozzavano i figli o gettavanli pasto alle fiere. Era allora una festa udire
il gemito di un bambino sacrificato agli idoli o assistere al circo, ove il
sangue scorreva dei combattenti. In queste nostre contrade medesime, in questa
medesima a Noi dilettissima Diocesi, erano sparse quelle tenebre, era
dominante la corruzione, l'idolatria: eratis aliquando tenebræ (Eph. V, 8). Come poteva ciò essere? Ce
lo spiega l'Apostolo. O genti cristiane, egli grida, ricordatevi che voi
eravate in quei dì senza Cristo, estranei alla cittadinanza d'Israele,
esclusi dall'alleanza, non avendo la speranza delle promesse e senza Dio in
questo mondo (Eph. II, 12).
Ma Gesù Cristo è venuto, Gesù Cristo ha parlato. Uomini, voi siete
tutti eguali, tutti fratelli, figli tutti di un medesimo Padre che sta ne'
cieli, amatevi (Jo. XIII, 34). A
queste parole l'umanità è
scossa, come da letargo penoso, solleva il capo e respira. Le barriere cadono,
le catene si spezzano. Dov'è il Greco? dove lo Scita? dove n'andò il diritto
Ellenico e quello dei Quiriti? Udite di nuovo l'Apostolo: non vi ha più Ebreo
nè gentile, non più Greco nè barbaro, non più schiavi ne liberi; siamo
tutti una cosa sola in Gesù Cristo: unum
estis in Christo Jesu (Gal. III, 28). Gesù Cristo ha parlato ed ecco, Dio
è conosciuto, la schiavitù è abolita, la barbarie è tolta, l'idolatria è
distrutta, l'unica vera religione è fondata, è rinnovato il mondo. Gesù
Cristo ha parlato: beati i poveri di spirito, Egli ha detto; beati quelli che
soffrono, beati coloro che sono perseguitati pel mio Nome (Matt.
V, 11), e voi vedete uomini e donne, vecchi e fanciulli, sudditi e Re, a
millioni e millioni consacrarsi al suo servigio, affrontare i dispregi, i
tormenti, la morte. Gesù Cristo ha parlato e la sua parola più non si
arresta. Essa echeggia potente attraverso dei secoli, fa il giro del mondo e
crea dovunque prodigi (Ad Hebr. II, 3).
Prodigi di pazienza, prodigi di fortezza, prodigi di carità. Sì, finchè vi
sarà sulla terra un sol popolo da evangelizzare, un solo ignorante da
istruire, un sol peccatore da
convertire, un solo afflitto da consolare, una sola creatura senza pane pel
corpo, senza aiuto per l'anima; finchè vi saranno fra gli uomini peccati e
miserie, afflizioni e scandali; finchè si udiranno sulla terra gemiti e
pianti, vi saranno sempre quaggiù vescovi, sacerdoti, missionarii, religiosi,
verginelle, che a costo di tutte le privazioni e di tutti i sacrificii, in
virtù della parola di Gesù Cristo, voleranno al soccorso dell'afflitta
umanità, lotteranno, col miracolo della loro abnegazione e del loro amore
verso i fratelli, contro tutte le sventure da cui li vedranno colpiti. Così
Gesù Cristo insegnò alla Chiesa, e così nella Chiesa e per mezzo della
Chiesa, ci ammaestra, ci guida, ci salva. Oh sì veramente, Gesù Cristo è la
luce del mondo (Jo. VIII, 12), è la Via, la Verità e la Vita (Jo. XIV, 6), è il vincolo d'unione, il bacio di pace fra il cielo
e la terra, fra l'uomo e Dio (Eph. II,
14). E' Gesù il nostro Redentore, il nostro Maestro, il nostro Avvocato,
il nostro Esemplare, il nostro Medico, il nostro Capo, il nostro Compagno, il
nostro Fratello, il nostro Amico, il nostro Conforto, il nostro Asilo, la
nostra Gloria, il nostro Giubilo, la nostra Grandezza. Egli il Pontefice della
nuova alleanza, il Sacerdote eterno, il Mediatore tra {22}Dio e gli uomini, la Vittima de' nostri peccati,
la nostra vera ed unica felicità. Egli la Porta per cui dobbiamo entrare nel
suo regno, la Pietra angolare e il fondamento su di cui l'edificio spirituale
deve essere innalzato. Egli il Pane delle anime nostre, l'Autore e il
Consummatore della nostra fede, il nostro Premio, la nostra Corona, la nostra
Vita, il nostro Tutto. E' a Lui, è a Gesù che dobbiamo la grazia e
l'amicizia del Padre, la confidenza e la libertà dei figliuoli di Dio. E' a
Lui, è a Gesù che dobbiamo tutti i beni che da Dio riceviamo, di natura, di
grazia e di gloria. E' a Lui, è a Gesù che siamo tenuti se Iddio ci
conserva, ci sostiene, ci difende; se non ci castiga a seconda dei nostri
meriti; se più a lungo ci sopporta e ci aspetta. Da Gesù tutti ci derivano i
lumi, i consigli, le ispirazioni, i buoni pensieri, i pii desiderii. Da Gesù
il coraggio ne' pericoli, la forza nelle tentazioni, la sofferenza ne' dolori,
la pazienza nelle avversità, la perseveranza nel bene: in
omnibus divites facti estis in Christo (I. Cor. I). Sì, tutto abbiamo in
Gesù, tutto possiamo in Gesù, tutto speriamo, tutto otteniamo da Gesù,
essendo Gesù che ha voluto umiliarsi per noi, sacrificarsi per noi, farsi
tutto per noi (I. Cor. I). O Gesù,
tu sei la vera fonte di ogni nostro
bene, e lo fosti sempre, e lo fosti costantemente, e lo sei ancora. Gesù, e
al proferir questo nome, il cuore s'intenerisce, lo spirito si commuove, e
l'anima spiega il volo nella speranza. Gesù, e questo nome è più dolce alla
bocca che un favo di miele, più gradito all'orecchio che il suono dell'arpa,
al cuore più soave che la gioia più pura! Oh amiamolo, amiamolo Gesù! e chi
ameremo noi, o V. F. e F. C., se non amiamo questo dolcissimo Salvatore? chi
più degno di Lui del nostro amore e dell'amore di tutte le creature? Eppure,
ahimè, Gesù non è punto amato a' dì nostri, no, non è amato! anzi, lo
diciamo piangendo, flens dico (Philip. III, 18), è a Gesù che si muove guerra, e
guerra accanita, è contro Gesù che si lanciano le più orrende bestemmie, è
a Gesù che continuamente s'impreca, e ciò non fra i selvaggi, non fra i
barbari, no; ma fra i cristiani, fra i cristiani medesimi, da Lui riscattati a
prezzo di sangue, da Lui continuamente beneficati! Dio buono! come non
piangerne di vivo dolore? e chi può abbastanza lamentare i disordini che ne
derivano ?
Seduto Geremia sulle ruine di sua patria e ripensando nell'amarezza del
suo animo alla cagione de' mali, piombati sopra Gerusalemme, sempre lacerata da intestine discordie: troppo enorme,
esclamava, troppo enorme è il delitto che ha commesso Gerusalemme: peccatum
peccavit Jerusa1em, propterea instabilis facta est (Jerem. I, 8). Ah sì,
V. F. e F. C., è uopo confessare che un orrendo attentato contro il cielo si
è quello che ha rapito alla umana famiglia, sì spaventosamente scossa e
agitata, la pace e la felicità! le ha tolta la sua primiera bellezza, le ha
strappato dalla fronte, già sì serena, quella raggiante corona di che
cingevasi ne' giorni della sua fedeltà.
Noi non vogliamo negare alcuno dei titoli pei quali va superbo il
nostro secolo, le scienze progredite, le distanze scomparse, e mille stupendi
ritrovati, per cui l'uomo arrivò a strappare alla natura i più riposti
segreti; ma con tante meraviglie, con tanto progresso, siamo noi più
cristiani? siamo noi più felici? No. E’ lamento universale che in
niun'altra epoca l'umana società fu più orrendamente scossa e agitata
siccome nell'epoca nostra.
Le istituzioni politiche, in preda a continui cambiamenti, s'inabissano
e crollano; i più sacri diritti di libertà, e di proprietà son manomessi; i
fondamenti più essenziali della società son rovesciati; le piaghe più
sanguinose, che aff1iggono
da tanti anni le nazioni, sembrano chiudersi per un istante, ma solo per
riaprirsi più profonde e più vive. Non più onestà e giustizia, ma
tradimento, ed inganno, e sfrontata dissolutezza, e ribellione ad ogni autorità
divina ed umana. V. F. e F. C, donde tutto ciò? Ah, non d'altronde pur troppo
che dalla guerra mossa a Gesù Cristo. Ecco la vera causa di tante sciagure.
E’ una verità cotesta che non si vuol guari intendere da alcuni; se ne
incolpa l'ingiustizia degli uomini, la malvagità de' tempi; eh! no. Convien
lacerare la benda che nasconde agli occhi nostri la verità, convien penetrare
più addentro. Gesù Cristo e il fondamento di tutte le cose, scrive S. Paolo (1. Cor. III, 11); chi sdegna adunque di fabbricare sopra un tale
fondamento non può che accumulare ruine sopra ruine. Sì, o V. F. e F. C.,
finchè si tenterà di scristianeggiare il mondo, finchè si porrà il potere
umano innanzi al potere divino di Gesù Cristo, le perturbazioni e le
catastrofi non avranno mai fine, a quel modo che il mondo fisico diverebbe
teatro d'inauditi sconvolgimenti, se cessasse per un'istante di venir regolato
colla legge della gravitazione universale, che tutte compone in mirabile
armonia le sue parti. Gesù Cristo è il centro comune
della creazione; è l'anello prezioso che unisce l'opera dell'Onnipotente al
Creatore divino; è la meta di tutte le opere e dei disegni tutti della
Provvidenza; è la ragione suprema, ultima di tutte le mire di Dio nella
umanità redenta di cui è capo; è la norma di tutti i nostri progressi,
essendo la sola vera luce, che illumina ogni uomo, e quindi l'intiera umanità.
Sino a che pertanto la società odierna tenterà sbandire questa luce divina
dalle scuole, dai parlamenti, dalle leggi, dal vivere civile, dalle abitudini
domestiche, dai costumi, continuerà essa a gemere nel suo dolore, rendendo in
se stessa l'immagine di un cieco che vacilla e cade sotto i raggi del più
splendido sole.
Dilettissimi, non contribuite dal canto vostro a tanta sventura. Amate
Gesù, state uniti a Gesù, che tutta la perfezione del cristiano sta appunto
qui: l'unione con Gesù Cristo. Qui dimora il principio d'ogni bene, il
fondamento e l'origine d'ogni nostra grandezza. Io sono la vera vite, dice il
Signore, e voi siete i tralci: Ego sum
vitis vera et vos palmites (Jo. XV, 5). Ora siccome un tralcio, staccato
dalla vite, inaridisce e muore, così morirete anche voi, se disgiunti da Gesù
Cristo. L'unione con Gesù Cristo e cosa vitale per noi; tolta questa,
siam morti noi, e morte sono le cose nostre e diventiamo cadaveri, come è
cadavere un corpo che è privo dell'anima. Se volete perciò che un'opera vi
torni in merito, conviene unirla ai meriti di Gesù; se volete che una
preghiera vi sia esaudita, conviene unirla a quella di Gesù; se volete che un
dolore, un disagio, una pena vi torni a salute, conviene unirla ai dolori, ai
disagi, alle pene di Gesù. E' un caro fratello, a cui dobbiamo stringerci nel
cammino della vita, sorreggerci, camminare con esso, perchè da lui, come
abbiamo già detto, ci viene ogni grazia, il valore d'ogni azione, la forza
stessa di compierla, la vita insomma, è lo spirito dell'anima nostra, spirito
così vitale, che senza di esso nulla di bene si può fare pel cielo ed ogni
fatica riesce inutile: sine me nihil
potestis facere (Jo. ibi).
Nè solamente dobbiamo vivere di Gesù Cristo, ma ancora Egli stesso
deve essere la nostra vita e deve vivere in noi. Vivere in noi col suo
spirito, colla sua grazia, coll'impressione de' suoi misteri, coll'applicazione
de' suoi meriti, coll'efficacia de' suoi Sacramenti, e, sopra tutto, con
quello del suo Corpo e del suo Sangue, di maniera che possiamo dir coll'Apostolo:
non son io che vivo, ma è
Gesù Cristo che vive in me: vivo autem jam non ego; vivit vero in me Christus (Gal. II, 20). Ciò
vuol dire, scrive il mellifluo Dottore di Ginevra, S. Francesco di Sales, che
Gesù abita nel nostro cuore, e vi regna da padrone e da re; che il suo
spirito si estende, si dilata in noi, e come un calore vitale ci signoreggia,
raddrizza tutto, riscalda tutto, santifica tutto, divinizza tutto, ed ama nel
cuore, pensa nella mente, parla nella lingua, opera nelle mani; e le forze si
consumano per Lui, gli studii si fanno per gloria sua, i doveri si compiono
per la sua grazia, i dolori si patiscono per amor suo, i solazzi, il
nutrimento medesimo, si prendono per dar gusto a Lui, il suo trono e innalzato
in mezzo al cristiano: regnum Dei intra
vos est (Luc. XVII, 21). Le cose nostre, fatte solo all'umana, fossero
anche miracoli; le virtù medesime, praticate all'umana, fossero anche le virtù
più eroiche, a nulla giovano per la vita eterna, se non sono fatte a riguardo
di Gesù, per Gesù e con Gesù; sono colombe senz'ali che non valgono a
sollevarsi nel cielo; ma unite a Gesù, s'innalzano all'ordine sovranaturale,
e allora si verifica appunto la promessa di S. Paolo, che ogni momentanea e
leggera tribolazione, opera
in noi un peso eterno smisurato di gloria: æternum
gloriæ pondus operatur in nobis (II. Cor. IV, 17). Una moneta debbe avere
la impronta del suo Sovrano, chè altrimenti non vale, non ha corso nel
commercio, e le opere del cristiano debbono avere la impronta di Gesù Cristo,
chè altrimenti non valgono alla compra del cielo, mentre nulla piace
all'eterno suo Padre se non rende l'imagine dal Figlio suo e non ne porta in
certo modo il carattere. Noi, noi medesimi, o V. F. e F. C., non verremo
introdotti alla gloria, se non saremo trovati conformi a cotesto divino
Esemplare (Rom. VIII, 29).
Rivestitevi dunque di Gesù Cristo, o Carissimi, oggi più che mai,
allo scopo di resistere gagliardamente, non solo contro la soperchiante empietà,
ma, più di tutto, contro la ignavia degl'indifferenti e dei servi di due
padroni, dai quali pigliano tutta la loro forza i nemici di Gesù Cristo.
Mostratevi, più che colle parole, colle opere, in qualsiasi incontro, fedeli
e coraggiosi discepoli di questo divino Maestro, sicchè Egli,
come scrive S. Ambrogio, sia a noi di
segnacolo sulla fronte, sul cuore e sul braccio; sulla fronte perchè siate
sempre pronti a confessarlo, nel cuore perchè sempre lo amiate, sul braccio; perchè sempre per lui operiate. Splenda dunque l'immagine sua
nella vostra confessione, splenda nei vostri studii, splenda nelle opere e nei
fatti e, per quanto è possibile, tutta intera la sua immagine risplenda in
voi (De Isaach. c. VIII); e tanto più in voi risplenda, in quanto che i
figli delle tenebre si sforzano con mille arti di oscurarla. Come ai padri nostri, vi diremo con S. Agostino, bisognò
d'esser forti contro il leone, così a noi conviene di star vigilanti contro
il serpe. Imperciocché la persecuzione, o che venga dalla belva, o che venga
dal rettile, mai non cessa nella Chiesa; ed è più da temere il nemico quando
inganna che quando imperversa. A quel tempo faceva forza a' cristiani, e ora
li ammaestra a negar Cristo; allora costringeva, ora insegna; allora
violentava, ora insidia; allora fremeva, ora lubrico striscia e difficilmente
si vede; allora tormentava i cristiani a negar Cristo, e quelli il
confessavano ed erano coronati; ora per lo contrario insegna a negar Cristo, e
colui che riceve quell'insegnamento non crede di separarsi da Cristo (In.
Ps. XC).
Adunque, V. F. e F. C. guardatevi da ogni insidia. Distruggete ogni
altura che sorga contro la
scienza di Dio, soggettando l'intelletto alla ubbidienza di Cristo (II. Cor. XIV, 5), il quale ha detto: chi crede in me sarà salvo, e
chi non crede sarà condannato (Marc.
XVI, 16).
Voi specialmente, o V. F. e Cooperatori Nostri, con tutta la forza
dello zelo nel ministero della parola, adoperatevi, ve ne scongiuriamo, a far
conoscere sempre meglio Gesù Cristo e le sue grandi istituzioni di grazia e
di misericordia, prevenendo con sode istruzioni gl'incauti, contro le arti di
quelli che, assoggettando Gesù Cristo e le sue massime ai loro vani
pensamenti, tentano di sbandirlo dalle menti e dai cuori. Ma soprattutto
vogliamo sia raccomandata al vostro cuore la gioventù. Non vi stancate di
coltivare un terreno che è quasi tutto in mano vostra, e che è atto a
produrre i più bei frutti.
Il vedere con quanta industria e perseveranza si lavora nel mondo per
guastare i giovanetti, per fare intristire queste care pianticelle della vigna
di Dio, oh qual rimordimento non dovrebbe essere al cuore di chi nulla facesse
per preservarle e difenderle! qual fiamma di celeste carità non dovrebbe in
tutti svegliarsi affine di salvarle!
E fu appunto perchè
acceso di questa fiamma divina, che il non mai abbastanza lagrimato Pontefice,
l'immortale Pio IX, nell'ultima sua esortazione ai pastori di anime, lasciava
loro qual supremo ricordo, d'istruire la gioventù nelle cose della fede.
Auree parole colle quali terminò il suo glorioso Pontificato e che Noi non
sapremmo abbastanza ripetere: Vi dirò,
così Egli, una cosa sola e poi vi
lascierò partire. So bene che vi sono sempre nelle diverse Parrocchie
degl'ignoranti che non sanno nemmeno le cose più necessarie della Religione.
So anche che i genitori sono colpevolissimi, se lasciano crescere i loro figli
in tale ignoranza; ma so anche che noi dobbiamo correre in cerca dei peccatori
per convertirli, e degl'ignoranti per illuminarli. Cercate dunque
gl'ignoranti, illuminateli con zelo, onde non si possa dire che in questo
centro del mondo cattolico (e Noi diremo nella Nostra Diocesi) vi sia di quelli che ignorano i misteri principali di nostra santa
religione. Adoperate tutti i vostri sforzi per togliere da Roma questo
disonore e così, mediante il vostro zelo e le vostre preghiere, la luce della
verità risplenda dovunque in questa santa città.
Venerabili Nostri
Cooperatori, adempiamo al testamento del Padre, e lo adempiremo se anche noi
attingeremo forza da Gesù Cristo, se Gesù Cristo vivrà in noi. Tutti,
tutti, V. F. e F. C., stringiamoci intorno a questo amabile Salvatore, come i
soldati al capitano, i fratelli al fratello, gli amici all'amico. Non ci
vergogniamo della bandiera di Lui. Il suo zelo anzi ne infiammi di santo
trasporto. Vediamo Gesù di nuovo crocifisso ne' suoi ministri, nella sua
Chiesa, e ci rimarremo? Si denigra il padre, possono tacere i figliuoli? si
nega Dio, possono contenersi i credenti? Non mai. Confessiamo Gesù Cristo,
predichiamo Gesù Cristo; tutti, secondo la misura di nostre forze, facciamo
conoscere Gesù Cristo; facciamolo conoscere se non altro nella nostra
condotta, credendolo come dev'essere creduto, amandolo come vuol essere amato.
Ricevendone con umiltà le dottrine, compiendone con esattezza le leggi,
ascoltandone con docilità la parola, meditandone con attenzione i misteri,
ricevendone con frequenza i Sacramenti, imitandone con fedeltà gli esempii,
obbedendone con soggezione la Chiesa, zelandone con ardore la gloria.
Il modo del conversare sia quello di Gesù, l'andare della persona sia quello di Gesù, lo sguardo degli
occhi sia quello di Gesù, la mansuetudine dei modi sia quella di Gesù; Gesù
per ispecchio, Gesù per modello, Gesù per sigillo. Egli a profferire i
giudizii, a tracciare le vie, a decidere le scelte; Egli a governare, a
dirigere, a padroneggiare la nostra vita, Egli finalmente il nostro amore, il
nostro gaudio, la nostra corona, il pensiero della nostra mente, il battito
del nostro cuore, l'ala delle nostre aspirazioni, il suono che addolcisca le
nostre orecchie, il balsamo che lenisca i nostri dolori, il bastone che ci
regga nel terreno pellegrinaggio, l'inno e il cantico il quale echeggi sulle
nostre labbra, e dal tempo ci accompagni all'eternità.
Effondiamo poi, in questi santi giorni di propiziazione e di perdono,
il cuore innanzi a Dio, pregandolo fervorosamente, con umiltà e filiale
costanza, gli uni per gli altri, affinché possiamo arrivare a salute (Jacob.
V, 16). Preghiamolo per quelle anime che gemono nel carcere di purgazione,
affinchè presto sieno ammesse a godere dell'eterno riposo. Preghiamolo per
tanti poveri peccatori che corrono in folla al precipizio, affinchè li
richiami a tempo, li converta e li salvi. Ma la
nostra più calda preghiera in questi giorni, o V. F. e F. C., sia essa pei
bisogni della tenera nostra Madre, la Chiesa. E non vedete la tempesta che
mugghia e le onde che sbattono la navicella? Oh si preghiamo, preghiamo! La
voce sola del Nazareno potrà ridonarle la calma. Sì, preghiamolo che voglia
convertire l'amarezza, ond'è afflitta questa cara sua Sposa, in altrettanto
gaudio; che presto le conceda di sollevare rasserenata la fronte, dal profondo
lutto in cui trovasi per la perdita del grande Pio IX e di esultare
nell'elezione di un'altro Pastore, il quale ne imiti le Apostoliche virtù e
ne segua le gloriose pedate.
Pregate infine, o V. F. e F. C., anche pel vostro Vescovo, che
v'implora dal cielo la copia delle grazie più elette, e che v'imparte,
dall'intimo del cuore, la Pastorale Benedizione, nel nome del Padre, del
Figliuolo e dello Spirito Santo. Piacenza dal
Nostro Palazzo Vescovile, quest'oggi 16 Febbraio, giorno delle solenni Esequie
in suffragio dell'Anima di Pio IX il
Grande. †
Giovanni Battista Vescovo |
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