Supplemento al Bollettino di
Informazioni
n.
3
Nuova
serie – III Trimestre 2003
Scalabrini e le migrazioni
Vol. II
I sette obiettivi
della San Raffaele
Che cosa è stato
realizzato e in che misura
Le condizioni
esterne che sono venute a mancare
L’Associazione di Patronato
“San Raffaele”
per gli Emigrati Italiani.
Precedenti, origine e
sviluppo dalle origini (1887) alla morte del Fondatore (1905).
·
Come
il primo volume su “Scalabrini e le Migrazioni” ha ricostruito - attraverso
fonti d’archivio e di ricerche storiche - la cronistoria dell’Istituzione delle
Opere Scalabriniane mettendone soprattutto in luce il ramo religioso
missionario, questo secondo volume intende invece privilegiare il ramo laico
rappresentato dall’Associazione di Patronato per l’emigrazione, conosciuto
sotto il titolo di San Raffaele. Anche questo testo è provvisorio in vista di
contributi ulteriori.
·
Va
subito detto che l’Associazione di Patronato fu, fin dall’inizio, per le
finalità principali che si era proposta nei diversi Statuti del 1889, del 1891
e del 1894, una Associazione di Laici che implicava strutturalmente la
collaborazione organica con l’Istituto religioso missionario. Questa
caratteristica, assieme all’importante impegno investito per contribuire alla
modifica della legislazione migratoria nazionale, e quella dell’intreccio che
il Fondatore e Volpe Landi hanno voluto
costruire tra l’azione e la ricerca sociale (con il tentativo dell’inserimento
dell’Associazione nella rete dell’Unione di Studi Sociali del Toniolo)
costituiscono le principali differenze tra la S. Raffaele tedesca di Cahensly e
quella italiana di Volpe Landi.
Ne è derivata una compresenza mista nell’Associazione di Patronato
di membri laici e di membri dell’Istituto clericale missionario. La cronistoria
delle due fondazioni diventa quindi spesso comune. Ciò spiega come in questo
secondo volume si ritrovano alcune pagine di cronaca ricavate dal primo volume.
L’intreccio deriva dall’unitarietà del disegno iniziale globale dello
Scalabrini enunciato da Lui già nel suo primo scritto sull’Emigrazione Italiana
del giugno 1887 quando scriveva che “i bisogni cui vanno soggetti i nostri
emigrati si possono dividere in due classi: morali e materiali ed io vorrei che
un’Associazione di Patronato (così Scalabrini definiva all’inizio la sua
opera) sorgesse in Italia, la quale fosse ad un tempo religiosa e laica,
sicché a quel duplice bisogno pienamente rispondesse”. La distinzione dei
ruoli dei laici e dei sacerdoti venne precisata lungo i 18 anni trascorsi dal
primo progetto tracciato dal fondatore nel 1887 sino alla sua morte (1905).
·
Questo
volume vuole essere un contributo specifico alla preparazione delle
celebrazioni del primo centenario della morte del Fondatore e mettere in luce,
inquadrandolo storicamente, l’insieme della documentazione d’archivio
concernente un’opera (il Patronato “San Raffaele”) rimasta del tutto marginale
dopo la morte di Scalabrini. Marginalità che causò una perdita di memoria, responsabile
dell’inaridimento di fonti di forti ispirazioni e quindi di progettualità
concreta nel settore della partecipazione del Laicato alle finalità dell’Opera
Scalabriniana e alla sua “Traditio”.
·
Nella
redazione di questo volume abbiamo seguito lo stesso approccio didattico del
primo, seguendo l’ordine cronologico degli avvenimenti, “innervato”
dall’incrocio di tutte le fonti a nostra disposizione.
* Una prima fonte fondamentale è
costituita dai diversi carteggi conservati nell’Archivio Generalizio in
originale, in fotocopia, in minuta, in trascrizione o ricostituiti da
pubblicazioni storiche. Tra questi figurano, in particolare, i carteggi
Scalabrini-Schiapparelli, Scalabrini- Toniolo, Scalabrini-Volpe Landi,
Scalabrini-Bonomelli, Scalabrini-Colbacchini; Bandini e Maldotti nonché la
corrispondenza abbondante intercorsa tra Volpe Landi, Maldotti, Colbacchini e
Bandini ma soprattutto tra Volpe Landi e Toniolo e tra Volpe Landi e i
responsabili dei Comitati locali della Società di Patronato, soprattutto di
Genova, Pisa, Lucca, Torino e Treviso.
Questi diversi carteggi costituiscono la parte
principale delle nostre fonti. E’ chiaro che fanno parte di questa prima fonte,
la corrispondenza di Scalabrini con la Santa Sede (Propaganda Fide e Segreteria
di Stato), con l’Episcopato Italiano di alcune grandi città portuali italiane
(Genova, Napoli e Palermo) o straniere (New York) e l’importante corrispondenza
tra Scalabrini e Volpe Landi con la rete Europea della Società di San Raffaele
(in particolare la tedesca e la belga).
* Una seconda fonte importante di
notizie è costituita dal bisettimanale cattolico L’Amico del Popolo di
Piacenza che, pur non essendo il portavoce ufficiale del Vescovo Scalabrini, ne
condivideva le ispirazioni e ne seguiva con regolare costanza le iniziative.
Dal 1888 alla sua sospensione nel luglio 1898, il giornale seguì da vicino le
vicende del Patronato, riportando spesso anche l’eco della stampa italiana e
italoamericana nei loro commenti sulle attività promosse dalla S. Raffaele a
Genova, New York e Boston.
* Una terza fonte di documentazione
sono gli scritti (opuscoli, conferenze, interviste, relazioni, memorandum) di
Scalabrini, Volpe Landi, Bandini, Maldotti, Colbacchini, Biasotti, Eleonora
Colleton di Boston, Gambera e Don Seracchi (missionario di bordo), concernenti
i problemi dell’emigrazione e della colonizzazione. Si tratta spesso, di
relazioni di viaggi compiuti allo scopo di raccogliere informazioni sui Paesi
di immigrazione o sulle condizioni degli emigrati italiani soprattutto in
Sud-America od infine di relazioni annue sulle attività delle missioni ai porti di Genova, New York e Boston.
* Una quarta parte è costituita
dagli studi storici sull’Opera dei Congressi o del movimento sociale cattolico
in Italia nell’ultimo ventennio del secolo XIX e l’inizio del XX. Questa fonte
è stata essenziale per inquadrare l’opera di Patronato nel suo contesto
storico.
* Una quinta parte, infine, è
costituita sebbene per il breve periodo di un solo triennio (1903-1905), dal
bollettino fondato da Scalabrini “La Congregazione dei Missionari di S.
Carlo per gli emigrati Italiani nelle Americhe” che ha consacrato una parte
notevole, nel suo pur ristretto numero di pagine, all’attività della S.
Raffaele ai porti di imbarco e di sbarco.
Noi abbiamo utilizzato questa fonte solo per quanto
concerne l’attività della Società S. Raffaele nel triennio suddetto, avendo
deciso di limitarne la cronistoria al periodo antecedente alla morte del
Fondatore.
Il periodico, sospeso dopo la morte di Scalabrini,
riprenderà le pubblicazioni nel febbraio 1906, mutando la testata in
“L’Emigrato Italiano in America”, continuando a dare spazio alle relazioni
annuali dei tre centri del S. Raffaele a Genova, New York e Boston, fino alla
sospensione della pubblicazione con l’ultimo numero dell’ottobre- dicembre
1924, in concomitanza con la crisi istituzionale dell’Istituto Scalabriniano.
Il periodico, come è noto, verrà ripreso nel 1930.
I sette obiettivi della San Raffaele
·
Dalla
lettura delle fonti che abbiamo raccolto abbiamo potuto individuare con
sufficiente chiarezza, sette obiettivi o direttrici d’azione che
l’Associazione si era proposta di raggiungere in maniera esplicita. La
cronistoria mette in luce:
gli obiettivi che
l’Associazione ha potuto realizzare,
quelli che hanno registrato
solo realizzazione parziale,
quelli infine che sono
rimasti praticamente un progetto ideale, sulla carta.
I sette obiettivi furono: 1)
La prima accoglienza nei porti di imbarco e di sbarco delle grandi città
portuali in Italia e nelle due Americhe; 2) La promozione della tutela
giuridica (regolamentare e legislativa) degli emigranti da parte del
Parlamento, del Governo, dell’Amministrazione Pubblica; 3) La protezione
sociale contro gli abusi e lo sfruttamento sotto tutte le loro forme a danno
degli emigrati; 4) L’impianto e lo sviluppo di una rete educativa, scolastica e
post-scolastica all’estero tra le comunità Italiane, soprattutto nell’America
del Sud; 5) L’informazione sulle condizioni economiche, sociali, politiche, religiose
dei Paesi di accoglienza al fine di proporre le direttrici geografiche più
convenienti ad un insediamento degli emigranti e allo scopo di promuovere, per
mezzo di altri, progetti di colonizzazione da parte di Società di
colonizzazione che offrissero ogni più sicura garanzia materiale o morale
all’impresa; 6) L’opera di sensibilizzazione della stampa, soprattutto
cattolica, nazionale e locale e dell’opinione pubblica in generale, alla realtà
del fenomeno migratorio; 7) L’inserimento dell’Associazione di Patronato e
della sua rete nel circuito associativo internazionale di assistenza agli
emigrati e di protezione legale dei lavoratori e nel circuito degli studiosi di
scienze sociali in Italia e in Europa.
Che cosa è stato realizzato e in che misura
·
Da
un primo esame sommario dei documenti si può affermare che il primo obiettivo
della prima accoglienza ai porti di imbarco e di sbarco ha avuto, a partire dal
1891 a New York, dal 1894 a Genova e dal 1900 a Boston realizzazioni concrete,
anche se limitate in mezzi e in personale, ciò che ha permesso una parziale
traduzione pratica anche del terzo obiettivo, l’azione cioè contro gli abusi e
lo sfruttamento a danno dei migranti. Nella realizzazione di questi obiettivi
si sono particolarmente segnalati P. Bandini, P. Maldotti, P. Biasotti e P.
Gambera e gli agenti laici che erano addetti alla missione del porto.
Il risultato del primo obiettivo fu tuttavia
complessivamente modesto, almeno dal punto di vista della sua estensione
geografica. Al di fuori di una brevissima presenza simbolica durata pochi mesi
a Palermo, l’Associazione non ha mai potuto insediarsi né a Palermo, né a
Napoli, escludendo così i due più grandi porti di partenza dell’emigrazione
transoceanica italiana dal campo d’azione del Patronato. I due grandi porti del
Brasile (Rio de Janeiro e Santos) quello di Montevideo (Uruguay) e di Buenos
Aires (Argentina) rimasero solo oggetto di diversi tentativi, sempre
naufragati, per mancanza in loco, di presenze missionarie o, come risulta, per
ragioni d’altre priorità pastorali, da parte dell’Episcopato locale.
Il secondo obiettivo la promozione della tutela
legislativa e giuridica, è probabilmente l’obiettivo che l’Associazione è
riuscita maggiormente ad attuare soprattutto nel periodo 1892-1900. I pionieri
in questo campo furono indubbiamente le stesso Scalabrini, P. Maldotti, P.
Bandini (per quanto riguarda la Commissione Americana dell’emigrazione) Volpe
Landi e Malnate. Scarsa se non nulla risulta l’attività che l’Associazione ha
potuto svolgere di sua propria iniziativa per realizzare il quarto
obiettivo, nel campo educativo e scolastico (impianto e gestione di scuole).
Un risultato invece concreto e di una certa
rilevanza è stato ottenuto dall’Associazione nel quinto obiettivo nel settore
generale delle informazioni sulle situazioni economico-sociali delle regioni di
immigrazione e sulle condizioni degli emigranti. P. Colbacchini e P. Maldotti
(quest’ultimo con i viaggi di studio e le sue lunghe permanenze nell’America
centrale e meridionale) sono stati i più autorevoli collaboratori
dell’Associazione attraverso le loro ampie relazioni, lasciando documenti di un
sicuro spessore informativo, di cui si sono servite anche Istituzioni
ministeriali nazionali. Nel settore dell’informazione furono soprattutto
efficaci le conferenze fatte in diverse città da Scalabrini stesso, e da P.
Maldotti e Volpe Landi.
Anche il sesto obiettivo ha registrato una relativa
concretizzazione, grazie in particolare a Volpe Landi che ha avuto il merito,
come corrispondente abituale dell’Amico del Popolo di fare di questo
giornale di modesta città di provincia, durante un intero decennio (1889-1898)
il giornale locale che maggiormente e più regolarmente ha seguito in tutta la
Penisola l’informazione sull’emigrazione.
L’ultimo obiettivo – l’inserimento dell’Associazione
di Patronato nella rete associativa internazionale di assistenza
all’emigrazione e nel circuito scientifico degli studiosi di diritto e di
scienze sociali sia in Italia che all’estero, ha registrato solo qualche
modesta realizzazione per merito di Volpe Landi e Scalabrini (il primo) e
soprattutto di Toniolo e in parte Volpe Landi, Olivi e Viani (il secondo).
·
La
constatazione di questi successi parziali, riconosciuti anche da Scalabrini e
soprattutto della assenza totale di traduzione pratica registrata in alcuni
settori che pure facevano parte degli obiettivi prioritari, ci spinge a cercare
la spiegazione, per poterne ricavare qualche utile insegnamento.
Dall’analisi delle fonti
possiamo formulare le conclusioni seguenti.
Innanzitutto non va dimenticato che il profilo
originario della Società di Patronato, soprattutto nei suoi obiettivi statutari,
è stato preso in prestito dalla esperienza storica ventennale precedente della
S. Raffaele tedesca, che venne proposta a Scalabrini già nella primavera del
1887 dalla stessa Congregazione di Propaganda Fide, su suggerimento di alcuni
Vescovi nord-americani, come modello di riferimento. Se ciò ha dato all’opera
fin dall’inizio, un’aureola pubblica internazionale, non ha però avuto una
grande incidenza sullo sviluppo dell’Opera, limitando il suo influsso alla
prima conferenza internazionale delle Associazioni di S. Raffaele europee,
tenuta a Lucerna nel dicembre 1890. Soprattutto all’interno dell’Opera dei
Congressi, Mons. Luigi Cerutti rivendicava una completa indipendenza dei
Patronati di Assistenza in Italia dalla Società “San Raffaele” tedesca, non adeguata
alla situazione dell’emigrazione italiana identificata all’emigrazione di
contadini in contrapposizione a quella operaia industriale e artigianale dei
tedeschi negli Stati Uniti.
La proposta di Volpe Landi di organizzare incontri
internazionali periodici della rete della S. Raffaele non si è mai
realizzata. La collaborazione si è limitata ad alcune visite sporadiche di
Cahensly e di Werthmann a Piacenza e di una interessante ma modesta
corrispondenza, della S. Raffaele italiana con l’Associazione belga, austriaca
e tedesca.
Dalla cronistoria delle vicende dell’Associazione di
Patronato risulta invece con evidenza l’influsso del contesto socio-politico,
economico ed ecclesiale italiano nel marcarne profondamente le limitate
prospettive di sviluppo.
Segnaliamo in particolare le seguenti:
3.
La
frattura che, anche all’interno della Chiesa Cattolica, caratterizzò in quel
tempo sia il movimento sociale cattolico, sia la stessa Gerarchia
Ecclesiastica, tra la corrente cosiddetta “transigente” e quella
“intransigente” che non si limitò unicamente all’opposto atteggiamento sulla
“questione romana” o questione del “potere temporale” (pro o contro il
conciliatorismo) ma coinvolse un diverso atteggiamento dei cattolici verso
l’apertura, in genere, alla società contemporanea e il rapporto nei confronti
dalla laicità;
8.
Dissociazione
che negli anni ’96 - ‘99 si era già temperata sotto l’influsso del Comitato locale di Treviso del Prof. Olivi che aveva esteso le
attività di Patronato anche in Europa, estensione che era pure allo studio da
parte del Comitato Centrale (Volpe Landi) e di Scalabrini. Progetto che venne
interrotto improvvisamente a causa dell’istituzione nella primavera del 1900,
da parte del Prof. Schiapparelli, con l’avallo di Bonomelli, dell’opera di
Assistenza degli operai in Europa che diventerà, in seguito, “Opera Bonomelli”.
Questa istituzione raffredderà i rapporti tra Volpe Landi e Schiapparelli e
farà reagire lo stesso Scalabrini per il carattere di contraltare che
l’iniziativa rivestì inizialmente nei confronti della S. Raffaele.
7.
La
divisione piuttosto profonda esistente nelle comunità italiane emigrate
soprattutto in alcuni contesti come quello di Buenos Aires, di San Paulo, di
Montevideo, di New York (ma non assenti neppure in regioni agricole del Brasile
meridionale) tra élite e massa italiana. La prima, largamente dominata dalla
Massoneria, dal laicismo positivista e dalle frange anarchiche e anticlericali
non si sarebbe mai impegnata in un’opera come quella dell’Associazione di
Patronato, dato il tentativo di questa di unire terreno civile e religioso
in una comunità già del resto divisa in una miriade di associazioni spesso in
lotta tra loro.
Le condizioni esterne che sono venute a mancare
Queste
caratteristiche del contesto italiano sono all’origine degli ostacoli che si
frapposero al normale sviluppo dell’Associazione.
Questo
sviluppo avrebbe imprescindibilmente richiesto, per gli obiettivi ambiziosi che
l’Associazione si era proposta, alcune condizioni che vennero invece a
mancare.
Le
possiamo elencare così:
1)
Una
intesa e una collaborazione tra le istituzioni pubbliche (politiche e
amministrative dello Stato) e l’iniziativa privata cattolica (ciò che
Scalabrini fervente conciliatorista ha inutilmente sperato). Ci si può chiedere
per fare un solo esempio, quale sviluppo avrebbe potuto avere la Società di
Patronato tra le comunità emigrate (soprattutto in Sud America) attraverso
l’impianto e l’organizzazione di scuole private, qualora il Parlamento e il
Governo avessero accolto la proposta di Scalabrini del giugno 1887 nella
lettera aperta all’On. Paolo Carcano, di commutare l’obbligo dei Chierici del
servizio militare di tre anni in un servizio civile gratuito di 5 anni, da
svolgere in America nell’insegnamento nelle scuole al servizio dei nostri
connazionali emigrati.
2)
L’appoggio
dei Vescovi (soprattutto delle grandi città portuali italiane), delle strutture
diocesane e parrocchiali e del movimento sociale cattolico italiano
organizzato, appoggio quest’ultimo che sembrò profilarsi solo alla fine del
1800 con l’avvicinamento di Scalabrini e Volpe Landi all’Opera dei Congressi
ma che naufragò presto con la grave crisi dell’Opera all’inizio del ‘900 e la sua soppressione nel 1904 da
parte di Pio X. Le riserve e le diffidenze verso l’Opera Scalabriniana
da parte di alcuni Vescovi e di una parte del clero sono evidenti nella
cronistoria dell’Associazione.
3)
Una
solida base economica, sperata invano da Scalabrini, per la venuta a meno
dell’appoggio di aiuti istituzionali (sia ecclesiali che della società politica
e civile) a motivo del dirottamento dei capitali pubblici verso il
finanziamento delle imprese militari di colonizzazione politica (Eritrea) e
dell’orientamento degli investimenti privati verso altre esigenze legate alla
conquista di mercati interni e internazionali nel quadro
dell’industrializzazione del Paese e della riorganizzazione della sua
agricoltura. Appoggio mancato anche da parte delle istituzioni ecclesiali
(Segreteria di Stato e Propaganda Fide in particolare) che rifiutarono sempre
la proposta del 1892 di Scalabrini sottoscritta da numerosi Cardinali e Vescovi
e appoggiata nel 1893 sotto altre forme anche dall’autorevole Civiltà
Cattolica di organizzare una colletta nazionale annuale a favore delle
opere Scalabriniane o di destinare una adeguata parte a queste opere il
ricavato della consistente colletta raccolta allora in tutte le diocesi
d’Italia in favore delle Missioni di Propaganda Fide. Colletta che verrà
organizzata sono nel 1908 da Pio X, quando la S. Raffaele non aveva già più
esistenza autonoma in Italia. La precaria situazione economica non permise mai
a Volpe Landi di avere un locale proprio per il Comitato Centrale
dell’Associazione all’infuori del locale fornitogli gratuitamente nel Palazzo
Episcopale da Scalabrini, né permise mai a Volpe Landi di assumere a contratto
un solo impiegato.
4)
Un’apertura
e partecipazione attiva della società civile italiana anche nelle sue
componenti laiche non confessionali che per motivi umanitari di solidarietà
Scalabrini pensava disponibile a concorrere moralmente e materialmente alla sua
Opera. Apertura e partecipazione che di fatto non si verificò, tanto da obbligare
sia Scalabrini che Volpe Landi a ricredersi e a dover ammettere di essersi
ingannati, come lo testimonia Toniolo nelle sue lettere a Mons. Callegari,
Vescovo di Padova. Da qui il passaggio del tentativo nel biennio 1887-1888 di
appoggiare l’Associazione di Patronato ai Comitati locali della liberale e
laica “Associazione Nazionale per soccorrere i Missionari Italiani” del Prof.
Schiapparelli all’appello esplicito rivolto ripetutamente da Volpe Landi dopo
il 1895 ai Comitati diocesani e parrocchiali dell’Opera dei Congressi, alla
Gioventù Cattolica e alle Unioni e associazioni operaie e rurali cattoliche di
costituire al loro interno dei sottocomitati dell’Associazione S. Raffaele.
5)
Un’ultima
condizione, che non si è avverata, è stata quella del coordinamento dell’Opera
San Raffaele nel Comitato Centrale di Piacenza dei 18 Comitati di patronato
sorti in Italia sotto il primo impulso di Scalabrini e di Volpe Landi. Si è
assistito invece ad un frazionamento regionale e locale della rete (si veda
l’esempio di Palermo), che ha dato origine più tardi, alle iniziative del Card.
Ferrari e del Prof. Schiapparelli e di
Bonomelli (Opera Bonomelli , l’Italia Gens), agli inizi del 900, e alla
proliferazione di piccoli Comitati di patronato di limitatissimo arco d’azione
sotto il pontificato di Pio X.
Le condizioni interne che non si sono realizzate
Agli ostacoli frapposti dal contesto storico che
abbiamo descritto, altri di natura interna all’Opera Scalabriniana che
influenzarono il suo scarso sviluppo. Accenno solamente ad alcuni. Innanzitutto
lo scarso numero di sacerdoti missionari presenti nelle due Americhe che
avrebbero potuto offrire quella rete di corrispondenti di cui l’Opera avrebbe
dovuto beneficiare per l’obiettivo che si era proposto di “Osservatorio dell’emigrazione”
nei Paesi di immigrazione per l’adeguata informazione dei candidati
all’espatrio in Italia. In alcune grandi città portuali del Sud America (Rio de
Janeiro, Santos, S. Paolo, Montevideo e Buenos Aires l’Istituto di Scalabrini
non aveva alcuna presenza).
Basti a pensare, da questo punto di vista la diversa
situazione di cui godeva la S. Raffaele tedesca che nel 1891 poteva contare,
solo dagli Stati Uniti, su circa 2000 sacerdoti cattolici di lingua tedesca
federati in una Associazione che aveva già celebrato a quella data, tre
Congressi nazionali negli Stati Uniti. La S. Raffaele Italiana non poté contare
che su Colbacchini e Maldotti e qualche altro “Missionario esterno” (Cappellano
di bordo) come il Can. Peracchi.
Un secondo elemento negativo che giocò ben presto in
sfavore della Società di Patronato, fu la scarsa condivisione della priorità
dell’assistenza nelle Missioni portuali e nei progetti di colonizzazione, nei
confronti delle posizioni parrocchiali o delle Missioni in genere. Lo stesso P.
Marchetti che pur si dedicò con generosità nella prima accoglienza dei migranti
al porto di Santos - S. Paolo espresse presto la convinzione che l’avvenire
della Congregazione in Brasile non si sarebbe giocato nell’assistenza sociale
ai porti (“nella lotta contro gli agenti”), ma nelle Missioni e nell’Opera
dell’orfanotrofio (idea condivisa in seguito a S. Paolo, da P. Faustino Consoni
che considerava P. Maldotti un “socialista”. Il rammarico per questa mancanza
interna di condivisioni dell’importanza della S. Raffaele da parte dei
Confratelli dell’epoca, negli Stati Uniti è pure espressa da P. Gambera
nell’autobiografia da lui scritta nel biennio 1927-1928, per quanto concerne la
missione al porto di New York.
Un altro esempio di disimpegno è quello mostrato
verso i progetti di colonizzazione agricola cattolica appoggiati da Colbacchini in Brasile o intrapresi da P. Bandini
negli Stati Uniti, pur sostenuti da alcuni Vescovi americani e dalla
Delegazione Apostolica di Washington, che non ottennero mai l’appoggio
necessario da parte dei Missionari negli Stati Uniti e verso i quali Scalabrini
non manifestò mai un preciso orientamento, anche se facevano parte delle
idee sostenute nei suoi scritti sull’emigrazione. L’esigenza pastorale sul
terreno missionario ebbe generalmente la priorità esclusiva.
Questo, in sintesi, il quadro provvisorio di alcune
principali riflessioni che si possono ricavare dalle pagine di cronaca e di
storia di questo II volume. Esse vanno, senza dubbio, meglio verificate e
integrate. Sono tuttavia già sufficienti per tirare qualche ammaestramento a
quanti riflettono oggi ad un rilancio di un’opera laica consacrata alle
migrazioni, che tenga conto del contesto sociale, economico, politico e
culturale in cui le migrazioni si sviluppano e del contesto interno
dell’Istituto religioso sulla condivisione dei suoi obiettivi prioritari.
La storia dell’Associazione di Patronato conferma
che, come l’Associazione S. Raffaele tedesca, anche quella italiana fu una
Associazione che per l’interdipendenza delle finalità sociali, morali e religiose che si era proposta, implicava la
compresenza di laici e di sacerdoti. Si può anzi affermare che la S.
Raffaele se non si è ridotta ad un’opera d’informazione e di sensibilizzazione
(opera già importante), ma ha sviluppato un’attività assistenziale, sociale e
morale di rilievo, questo va a merito dei Missionari che ne furono coinvolti e
che la animarono sia nelle missioni al porto sia nella colonizzazione di alcune
aree dell’America Latina. Lo stesso obiettivo dell’informazione e raccolta
dei dati conoscitivi sulle condizioni degli emigrati italiani fu raggiunto solo
e nella misura, in cui i Missionari se ne incaricarono. Cosa del resto
naturale in un’Associazione che, essendo basata di fatto sul benevolato, non
riuscì mai a creare la benché minima fonte di informazioni attraverso una
rete propria e un finanziamento autonomo di corrispondenti. Solo sotto
l’aspetto di tutela giuridica e di sensibilizzazione della stampa l’apporto dei
Laici dell’Associazione fu rilevante. Tutta la documentazione conferma, infine,
che la debolezza e precarietà economica dell’Associazione fu in Italia e
all’estero una causa determinante dei limiti della sua attività. Limiti
che non impedirono tuttavia al laicato italiano di esprimere una presenza, per
diversi aspetti positiva, (si pensi, ad esempio sul piano legislativo e della
sensibilizzazione al problema dell’emigrazione non solo della stampa locale (si
veda Genova, Piacenza, Torino e Firenze), ma anche del movimento sociale cattolico
riunito alla fine dell’800 attorno all’Opera dei Congressi, e di alcune diocesi
dell’Italia settentrionale.
Ci rimane da completare l’approccio
storico-didattico dell’Opera di Scalabrini in favore delle migrazioni con
l’analisi critica dei suoi scritti e di quelli dei Missionari (in particolare
di Maldotti e Colbacchini), per mettere in risalto le intuizioni e i limiti
della loro interpretazione del fenomeno migratorio di quel tempo, al fine di
sottolineare la vera originalità che rimane, anche oggi, d’attualità e
indicarne invece gli aspetti caduchi perché caratteristici e propri al discorso
legato alle condizioni contingenti di quel periodo storico. Sarà questo
l’obiettivo del terzo volume, per ora in progetto.
P. Antonio Perotti
Roma, 15 settembre 2003