UNA CHIESA, MOLTE LINGUE E MOLTI POPOLI

DOCUMENTI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE TEDESCA

ORIENTAMENTI PER LA PASTORALE
DEI CATTOLICI DI ALTRA  NAZIONALITÀ

 

PRESENTAZIONE

1. PREMESSE SULLA STORIA DELL’IMMIGRAZIONE IN GERMANIA

2. CHIESA E MIGRAZIONE IN GERMANIA

2.1. Un compito diaconale-difensivo e pastorale-missionario

2.2. Meriti, limiti e nuovi compiti della «pastorale degli stranieri» svolta nella loro lingua materna

2.2.1  Meriti

2.2.2. Limiti
2.2.3. Nuovi compiti diaconali e pastorali

3. PRINCIPI TEOLOGICI PER UNA PASTORALE DEI MIGRANTI RINNOVATA

 

3.1  La Chiesa come comunità dell’esodo: un popolo di Dio multietnico dai popoli e fra i popoli

3.2 La nascita delle differenziazioni nazionali

3.3  Inculturazione e pastorale dei migranti

 

  4. CONSEGUENZE PASTORALI

4.1  Standard strutturali e impostazioni pastorali per il futuro

4.2  Conseguenze e possibili modelli

4.3  Nella fase di passaggio

5. ORIENTAMENTI PASTORALI

5.1  Orientamenti pastorali generali

5.2  Condizioni per l’assunzione e requisiti

 

5.2.1  Condizioni da parte della Diocesi o Arcidiocesi d’invio

5.2.2  Condizioni da parte della Diocesi o Arcidiocesi di accoglienza

5.3. Questioni procedurali

 

 

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PRESENTAZIONE

 

L’abituale espressione di «Chiesa pellegrina» o «Chiesa in cammino» non è solo un’immagine che invita alla meditazione, ma anche un’esperienza quotidiana. La migrazione - sotto forma d’immigrazione, spostamento, emigrazione, espulsione e fuga, ricerca di lavoro e soggiorno illegale - fa parte della nostra società e quindi anche della Chiesa.

In un tempo in cui si parla comunemente di globalizzazione I dei mercati economici e finanziari, dei mercati del turismo e del- li le comunicazioni, in un tempo in cui l’economia del nostro paese è orientata a un’esportazione senza limiti e confini, è illusorio pensare di poter chiudere ermeticamente le frontiere alla migrazione delle persone.

Se è vero che «l’uomo è la Via della Chiesa» (Redemptor hominis, n. 14; EV 6/1211), la pastorale dei migranti è, e resta, una sfida per la Chiesa.

A partire dall’accordo fra il governo tedesco e quello italiano per il flusso di lavoratori italiani in Germania siglato nel 1955 - seguito da analoghi accordi con quasi tutti i paesi confinanti dell’area mediterranea - la migrazione è stata fortemente caratterizzata, negli scorsi decenni, dalla formula dei «lavoratori ospiti». A essi, negli anni settanta e ottanta, si sono aggiunti i rifugiati e le persone in cerca di asilo politico. In tutti questi decenni, i missionari e pastori stranieri e i collaboratori di servizi sociali della Caritas sono stati per i migranti in cerca di lavoro dei convincenti accompagnatori, che sono stati loro vicini nelle situazioni difficili e hanno condiviso con loro l’incertezza e spesso anche le indegne condizioni di vita. In quegli anni la pastorale degli stranieri rimase in gran parte sotto il segno della provvisorietà. Lo stato, la Chiesa e soprattutto gli stessi lavoratori stranieri considerarono transitorio il loro soggiorno nel nostro paese, finalizzato a mettere da parte il più rapidamente possibile il denaro sufficiente per garantirsi un futuro nei propri paesi d’origine. Fu una valutazione errata e un’illusione. Anche se molti «lavoratori stranieri» hanno coltivato il desiderio di passare gli ultimi anni della loro vita in patria, in genere non lo hanno realizzato, perché i loro figli e nipoti vivono qui in Germania e perché essi stessi sono diventati degli estranei nei loro paesi di origine. Resterà una pagina gloriosa delle varie comunità straniere il fatto di aver preparato agli immigrati dai vari paesi una patria in terra straniera.

Ora la situazione è profondamente cambiata. Nell’Unione Europea vige la libera circolazione delle persone; la mobilità oltre i confini esistenti finora è una realtà del nostro mondo che continua a crescere.

Molti lavoratori stranieri della prima generazione trascorrono nel nostro paese anche la vecchiaia; cresce il numero degli immigrati altamente qualificati occupati nei vari settori della nostra economia. Attualmente, le comunità di lingua straniera sono molto complesse; non si trattava di un impegno temporaneo, e ora rappresentano una necessità per la Chiesa, se vuole restare accanto agli uomini. Gli orientamenti per la pastorale degli stranieri che presentiamo intendono rispondere a questa nuova situazione.

Da un lato, essi prendono sul serio il bisogno originario dell’uomo di poter vivere e celebrare la sua fede, le Sue speranze e i suoi desideri più profondi nella sua lingua, secondo sue tradizioni e la sua cultura. Ciò fa parte dell’identità dell’uomo.

Dall’altro, i cristiani, attraverso il battesimo e la confermazione, appartengono in modo ugualmente originario alla Chiesa, il che significa che nella Chiesa locale vi sono costitutivamente, in forza del battesimo e della confermazione, cristiani di lingue e culture diverse. Da noi i cristiani di lingua e di cultura minoritaria non sono ospiti, ma appartengono originariamente e costitutivamente alla comunità al pari di quelli appartenenti alla lingua e alla cultura maggioritaria. Già gli Atti degli Apostoli ci mostrano un’unica Chiesa formata da molte lingue e culture. Questa varietà è una ricchezza.

Lo Spirito Santo ci riempia tutti della sua grazia, affinché possiamo scoprire questa ricchezza e udire anche oggi e domani i molti «annunciare nelle loro lingue le grandi opere di Dio» (At 2, 11).

 

Josef Voß,

Vescovo ausiliare di Münster,

Presidente della XlV Commissione (Migranti)

 

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I. PREMESSE SULLA STORIA DELL’IMMIGRAZIONE IN GERMANIA

 

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, nel quadro della ricostruzione della Germania occidentale, si ebbe una massiccia immigrazione di lavoratori provenienti da altri paesi europei ed extra-europei. Quest’ondata migratoria di lavoratori stranieri fu favorita dalla stipula di accordi bilaterali fra la Repubblica federale tedesca e i classici paesi di provenienza dei lavoratori stranieri in Italia (1955), Spagna (1960), Grecia (1960), Turchia (1961), Portogallo (1964), in seguito Iugoslavia. I lavoratori di questi e altri paesi diedero un notevole contributo al cosiddetto «miracolo economico». Ma ben presto apparvero chiaramente anche le particolari sfide che una tale immigrazione poneva allo stato e alla Chiesa. Le difficoltà causate prima di tutto dalla lingua, poi anche dalla cultura e dalla mentalità, costituirono un serio problema pastorale per la Chiesa tedesca nelle relazioni con i cosiddetti «lavoratori-ospiti» e le loro famiglie. Date le insufficienti risorse delle parrocchie tedesche, si ricorse più o meno sistematicamente a sacerdoti stranieri, che potevano accompagnare e curare i cattolici emigrati in Germania nella loro lingua.

Fin dall’inizio la Conferenza episcopale tedesca (non da ultimo, in base all’esperienza fatta nella cura pastorale dei propri emigrati all’estero) prese contatto con le conferenze episcopali dei paesi di provenienza dei cosiddetti «lavoratori-ospiti», pregandole di inviare dei sacerdoti per la cura pastorale dei loro concittadini nella Repubblica federale tedesca. Ciò fu molto importante, perché i cattolici di altre lingue e culture venuti in Germania trovarono non solo pratiche religiose diverse, ma dovettero affrontare anche molti problemi sociali diversi da quelli dei cattolici tedeschi. Fu così che iniziarono le cosiddette «missioni» in quasi tutte le diocesi della Germania occidentale. Le missioni per i cattolici di altra lingua e cultura costituirono un ponte per le famiglie e al tempo stesso divennero luogo di promozione e cura della propria fede e cultura.

Nella Repubblica democratica tedesca le cose andarono diversamente. Lì c’erano solo poche migliaia di «lavoratori con contratto di lavoro» che provenivano dagli «stati socialisti fratelli» (Angola, Mozambico, Vietnam) e non avevano rapporti né con lo stato, né con la società. Non avevano contatti con la Chiesa cattolica, perché non erano cattolici o non si dichiaravano tali. In seguito alla riunificazione della Germania nel 1990, la Chiesa evangelica e la Chiesa cattolica si presero cura anche del destino di questi «lavoratori con contratto di lavoro» della ex Repubblica democratica tedesca.

La formula delle missioni fu considerata un’adeguata risposta alle necessità dei cattolici di altra nazionalità. Lo afferma, ancora nel 1997, il documento comune delle Chiese sulle sfide della migrazione e della fuga, intitolato ...und der Fremdling, der in deinen Toren ist (... e lo straniero, che è dentro le tue porte): «Negli ultimi decenni si sono segnalate, nell’ambito della Chiesa cattolica, le missioni di lingua straniera. Grazie alla disponibilità di locali nelle rispettive missioni, i vari gruppi linguistici hanno potuto, e possono, incontrarsi per conservare e curare le comunicazioni fra loro; in stretta collaborazione, fra l’altro, con i consultori della Caritas, vengono offerti loro consigli e aiuti per superare le difficoltà che la vita in terra straniera porta inevitabilmente con sé. Attraverso la proclamazione della fede, la catechesi e la celebrazione della liturgia nella lingua materna e la cura della loro tra- dizione, molti migranti hanno trovato nelle loro comunità linguistiche orientamento, sostegno e aiuto. Mediante l’istituzione di centri pastorali per i fedeli di altre nazionalità (attualmente circa 540 con altrettanti pastori stranieri) la Chiesa ha risposto al fatto che la trasmissione della fede e l’esperienza di fede appartengono a quegli ambiti di vita che sono fortemente influenzati dalla cultura, dalla tradizione, dagli usi e costumi e dalla lingua e ha risposto ai bisogni umani fondamentali di accoglienza e solidarietà in un modo che avrebbero potuto difficilmente assicurare le parrocchie di lingua tedesca» (n. 224).

«Le comunità linguistiche sono per i migranti un luogo di comunione e di vita, nel quale possono sperimentare anche l’accoglienza e la solidarietà nella loro lingua e tradizione, curare la loro vita culturale e religiosa e trovare così la loro identità. Nelle comunità linguistiche si sperimenta l’universalità e l’ecumenicità della Chiesa. Da questo punto di vista le comunità linguistiche non sono un’offerta in concorrenza con le parrocchie, ma un’opportunità,di arricchimento per la vita della Chiesa locale» (n. 225).

Qui faceva la sua comparsa un elemento che non poté essere visto in tutta la sua portata nei decenni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale: lo stretto legame fra le missioni per i lavoratori stranieri e la Chiesa locale in Germania.

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Oggi, nella Repubblica federale tedesca, la situazione è profondamente cambiata. Non è più caratterizzata unicamente dalla prima generazione di immigrati. Sono cresciute una seconda, una terza e una quarta generazione. La prima generazione non comprendeva il tedesco, aveva un livello di formazione piuttosto basso, non era in genere accompagnata dalla famiglia, voleva restare in Germania solo poco tempo e ritornare in patria. Ora la situazione è completamente diversa. Il «breve soggiorno» si è trasformato in genere in un soggiorno permanente, pur essendo ancora molto diffusi i sogni di un ritorno in patria. Ne derivano delle conseguenze per la vita nella «nuova patria». La prima generazione ha dovuto, deve, decidere se rimanere nella sua seconda patria o ritornare nella patria d’origine. La seconda e la terza generazione si sono sforzate di raggiungere l’equiparazione sociale. Hanno assunto molte abitudini tedesche, continuando a curare al tempo stesso certi aspetti della cultura del loro paese di origine. Perciò, devono poter trovare e vivere la loro identità anche nella vita religiosa.

Inoltre, negli ultimi anni sono aumentati in Germania i rifugiati e gli immigrati senza permesso di soggiorno. Fra di loro vi sono molti cattolici e in avvenire la pastorale dei migranti dovrà tenerli maggiormente presenti.

Per questi motivi e altri ancora, la cura pastorale dei migranti si trova davanti a nuove sfide:

- una decrescente coscienza di fede in quasi tutti i paesi europei, che porta alla scomparsa di molte tradizioni;

- una crescente carenza di sacerdoti anche in molti paesi di provenienza dei migranti, per cui in Germania arrivano sempre meno pastori stranieri);

- una progressiva diminuzione delle risorse economiche de le diocesi;

- la costruzione di strutture nei nuovi Länder tedeschi;

- una necessaria riflessione sui contenuti e sugli obiettivi della pastorale dei migranti.

Bisogna quindi che le diocesi tedesche elaborino una comune concezione della pastorale dei migranti. A tale scopo occorrono sia dei chiarimenti teologici, sia una ridefinizione degli standard generali, strutturali e materiali.

Soprattutto nelle aree ad alta concentrazione abitativa è intervenuta, nella Chiesa e nella società, un’evoluzione multiculturale. Essa riguarda anche e soprattutto le comunità di cattolici di altre nazionalità. Un intricato insieme di fattori ha favorito, e favorisce, la trasformazione della natura di queste comunità:

- immigrazione dall’Europa orientale;

- immigrazione dall’America Latina;

- lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro;

- rifugiati;

- immigrati illegali;[1]

- avvicendamento e pendolarismo di membri dell’Unione Europea;

- giovani, che parlano meglio il tedesco della loro lingua materna, ma continuano a considerare la comunità di lingua materna come la loro patria;

- aumento dei migranti che, in età avanzata, non ritornano nei loro paesi di origine;

- migranti altamente qualificati.

In avvenire deve apparire più chiaramente che i cattolici di altre nazionalità sono accolti e vivono sotto lo stesso tetto della Chiesa locale. I sacerdoti e i laici occupati a tempo pieno dei paesi di provenienza dei migranti dovrebbero essere considerati, più di quanto non si sia fatto finora, dei costruttori di ponti per le persone provenienti dal loro paese. Così possono incoraggiarli a vedere nei cambiamenti intervenuti nella loro vita anche una chiamata di Dio a comprendere e vivere la loro fede nelle comunità di lingua tedesca. Perciò, è indispensabile che in avvenire i sacerdoti e i laici occupati a tempo pieno conoscano e parlino correntemente il tedesco.

Comunque, rimane vero che le comunità di lingua straniera fanno parte della Chiesa locale con un proprio compito. Come comunità vive e attive esse rappresentano un grande valore e una salda stabilità in seno alla Chiesa locale. Le comunità di lingua tedesca e le comunità di lingua straniera sono membri dell’unica Chiesa dalle molte lingue e dalle molte culture. È così che si esprime la loro universalità e cattolicità.

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2. CHIESA E MIGRAZIONE IN GERMANIA

 

In forma pacifica o violenta, le «migrazioni» sono una costante della storia dell’umanità. In epoca moderna non è il massiccio esodo di rifugiati causato dalle guerre e dalle espulsioni a essere nuovo, bensì il fenomeno della mobilità spesso transnazionale di singole persone. Molti emigrano in cerca di una vita più umana - in modo legale o illegale, come lavoratori o come rifugiati - per sfuggire alla povertà economica, all’oppressione politica o religiosa. Come espressione del desiderio di una vita migliore, l’emigrazione pacifica è un diritto dell’uomo. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite afferma espressamente: «Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese» (art. 13.2).

 

2.1. Un compito diaconale-difensivo e pastorale-missionario

 

Nei riguardi della migrazione moderna, la Chiesa, la cui natura «è caratterizzata dall’esodo e dalla migrazione»,2 ha un doppio compito: diaconale-difensivo e pastorale-missionario.

In forza della sua missione, la Chiesa ha «il diritto e il dovere» di intervenire ovunque gli uomini soffiano. A volte questo intervento può mettere in discussione anche disposizioni giuridiche, come hanno dimostrato i vari casi di asilo offerto dalla Chiesa. Anche se la Chiesa, nelle sue prese di posizione ufficiali a favore dei migranti, difende tutti - non solo i cristiani - e mette la sua diaconia a disposizione di tutti, bisogna chiedersi se ha sempre adeguatamente assolto la sua funzione di «avvocato». In avvenire, la Chiesa non deve forse impegnarsi maggiormente per un miglioramento delle condizioni di vita dei migranti (soprattutto della seconda e della terza generazione) e dei loro diritti di cittadini? In avvenire, non dovrebbe adoperarsi di più perché la diversità degli uomini non sia solo causa di conflitti, ma anche e soprattutto fonte di reciproco arricchimento?

Ma la Chiesa sa anche che non si deve «separare l’assistenza sociale da quella spirituale»3 e che le migrazioni moderne rappresentano anche una sfida pastorale e missionaria. Considerando la storia della «pastorale degli stranieri» in Germania, salta immediatamente agli occhi la grande diversità delle relative concezioni di fondo prima e dopo la seconda guerra mondiale.

Nella prima fase dell’immigrazione operaia attorno al 1900, quando gli immigrati provenivano per lo più dall’Est, le diocesi e arcidiocesi tedesche si preoccuparono di seguire un doppio binario: «Da un lato, cercarono di reperire sacerdoti tedeschi che conoscessero le lingue degli immigrati e di insegnarle ai sacerdoti impegnati in parrocchia e ai seminaristi; dall’altro, richiesero sacerdoti stranieri per la cura pastorale dei loro concittadini».4 Ma, a partire dalla metà degli anni cinquanta, con l’immigrazione di massa seguita all’assunzione di lavoratori stranieri provenienti dai paesi del bacino del Mediterraneo, si spostò l’attenzione quasi esclusivamente sull’impiego di pastori provenienti dai paesi d’origine dei migranti. Ciò fu dovuto soprattutto a tre motivi:

l) la richiesta di Pio XII di affidare la cura pastorale dei migranti possibilmente a sacerdoti provenienti dai loro paesi di origine (Exsul familia, n. 33);

2) il fatto che in brevissimo tempo giunsero nelle parrocchie tedesche molti cattolici provenienti da cinque diversi paesi;

3) «il miglioramento della situazione economica che permise alle diocesi di poter stipendiare anche molti missionari».5

Così si finì in qualche modo per delegare la cura pastorale dei cattolici di altra nazionalità che, in base a criteri teologici, spetta in definitiva alla Chiesa locale. Anche la Chiesa ritenne che il soggiorno dei cattolici stranieri sarebbe stato di breve durata.

Solo nel 1973 (quindi dopo 18 anni dall’inizio dell’era dei cosiddetti «lavoratori-ospiti»), quando apparve sempre più chiaramente che gli «ospiti» si erano trasformati di fatto in immigrati, i cattolici tedeschi affrontarono a fondo il problema della pastorale degli stranieri. Die ausländischen Arbeitnehmer -eine Frage and die Kirche und die Gesellschaft (I lavoratori stranieri: una domanda per la Chiesa e per la società), un documento del sinodo comune delle diocesi della Repubblica federale tedesca, pur restando fedele al concetto della pastorale svolta nella lingua dei lavoratori stranieri, per cui si aspetta dai missionari che «curino la loro cultura come un importante veicolo della vita religiosa e promuovano le relative strutture e manifestazioni», chiede d’altra parte che i missionari svolgano un ruolo di «mediazione fra le culture» e «cerchino di preparare i loro concittadini, soprattutto quelli che resteranno per sempre o a lungo nella Repubblica federale tedesca, a partecipare anche alla vita liturgica e comunitaria tedesca».6

 

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2.2. Meriti, limiti e nuovi compiti della «pastorale degli stranieri» svolta nella loro lingua materna

 

2.2.1  Meriti

 

Volgendo indietro lo sguardo si deve apprezzare in modo particolare il lavoro svolto nelle lingue materne dei migranti dai sacerdoti e dagli operatori sociali: essi hanno accompagnato i loro fedeli in terra straniera e, nella diaconia e nella pastorale, hanno per- messo loro di sperimentare la salvezza del Vangelo. Certamente molti pastori, soprattutto quelli provenienti dai paesi dell’Europa meridionale, si sono trovati di fronte anche a cattolici non praticanti, che davano ben poca importanza alla frequenza della Chiesa e alla ricezione dei sacramenti e si aspettavano dalla Chiesa aiuto umano e solidarietà più che cura religiosa.

D’altra parte, molti emigrati in cerca di lavoro hanno scoperto per la prima volta in terra straniera una Chiesa samaritana, che si preoccupava delle loro necessità umane; e hanno trovato nei pastori degli amici e dei compagni di strada che condividevano la loro vita di migranti. Il documento comune delle Chiese ...und der Fremdling, der in deinen Toren ist ha giustamente elogiato i meriti delle missioni nelle lingue dei migranti: «(...) in stretta collaborazione, fra l’altro, con i consultori della Caritas vengono offerti loro consiglio e aiuto per superare le difficoltà che la vita in terra straniera porta inevitabilmente con sé» (n. 224). «Le comunità linguistiche sono per i migranti un luogo di comunione e di vita, nel quale possono sperimentare anche l’accoglienza e la solidarietà nella loro lingua e tradizione, curare la loro vita culturale e religiosa e trovare così la loro identità. Nelle comunità linguistiche si sperimenta l’universalità e l’ecumenicità della Chiesa. Da questo punto di vista le comunità linguistiche non sono un’offerta in concorrenza con le parrocchie, ma un’opportunità di arricchimento per la vita della Chiesa locale».7


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2.2.2. Limiti

 

Ma il lavoro della Chiesa in mezzo ai migranti svolto nelle loro lingue materne ha causato -soprattutto a livello pastorale - anche evidenti problemi. Spesso le parrocchie tedesche non si sono sentite pastoralmente responsabili dei migranti presenti sul loro territorio. Varie comunità di migranti hanno finito per diventare una sorta di «chiesa parallela» per una parte della popolazione non integrata.8 Nel 1996, il Comitato centrale dei cattolici tedeschi ha affermato: «Bisogna cercare di superare la troppo frequente esistenza fianco a fianco [delle due comunità] e perseguire la collaborazione. Bisogna correggere vari errori del passato. Bisogna sviluppare modelli di comunità collaborative. Occorre tenere conto anche della competenza delle missioni in altre lingue quando si formano gli organi a livello diocesano e associativo. Bisogna assicurare una presenza istituzionale dei cattolici di altre nazionalità in tutti i relativi comitati e rapporti specializzati. Bisogna soprattutto tenere conto degli aspetti interculturali nell’intero iter formativo, nei diversi servizi, nell’amministrazione e nella concreta strutturazione della vita quotidiana».9

Solo in misura limitata la pastorale svolta nella lingua materna ha potuto accompagnare e preparare alla partecipazione attiva nella comunità di lingua tedesca i migranti della seconda e della terza generazione, intenzionati a restare a lungo o definitivamente in Germania. Così non si è raggiunto uno degli obiettivi indicati dal documento del sinodo: l’inculturazione nella Chiesa locale. Ma non bisogna dimenticare che anche le comunità di lingua tedesca hanno fatto e fanno fatica.

2.2.3. Nuovi compiti diaconali e pastorali

 

La dinamica interna della migrazione ha proposto negli ultimi anni nuove sfide, che finora la pastorale svolta nella lingua materna non ha sufficientemente considerato:

- la seconda e la terza generazione di migranti hanno sviluppato in parte una propria identità. Queste persone attingono a più culture e non hanno un’identità né tedesca, né, ad esempio, italiana, spagnola, polacca o croata; si considerano tedesco-italiane, te desco-spagnole, tedesco-polacche e tedesco-croate;

- molti «lavoratori stranieri» della prima generazione trascorrono in Germania anche gli ultimi anni della loro vita e hanno bisogno di nuovi servizi diaconali e pastorali;

- il processo di unione europea, da un lato, ha posto fine all’era dei lavoratori-ospiti e, dall’altro, ha prodotto una nuova migrazione del lavoro, più mobile e transnazionale;

- la crescente globalizzazione e il crollo degli stati comunisti hanno accresciuto il numero dei rifugiati e degli immigrati illegali.

Anche per questi motivi la pastorale nella lingua materna deve affrontare nuovi compiti.

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3. PRINCIPI TEOLOGICI PER UNA PASTORALE DEI MIGRANTI RINNOVATA

 

3.1  La Chiesa come comunità dell’esodo: un popolo di Dio multietnico dai popoli e fra i popoli

 

Il Nuovo Testamento va visto nell’orizzonte dell’alternativa messianica universale del nuovo esodo/della nuova alleanza. Anche i discepoli più vicini a Gesù sembrano avere avuto bisogno di un certo tempo per comprendere il messaggio del regno di Dio da lui annunciato, con la sua figliolanza divina universale quale rilettura dell’esperienza dell’esodo. Lo dimostra soprattutto il cambiamento di mentalità intervenuto in Simon Pietro. Solo con l’ausilio di un sogno, alla vigilia della sua visita al centurione romano Cornelio, egli comprende che il popolo di Dio è formato dagli eletti provenienti da tutti i popoli. Giunto da Cornelio, non può fare a meno di proclamare questo suo cambiamento di mentalità: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34-35).

Questo cambiamento di mentalità appare ancor più fortemente in Paolo. Egli diventa il paladino della proclamazione del messaggio universale della figliolanza divina ai non giudei. Nella teologia paolina non c’è espressione migliore della seguente per indicare la nuova situazione prodotta dal messaggio cristiano: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). E Paolo conclude: «E se appartenete a Cristo, allora siete discendenti di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,29),10 quindi popolo eletto di Dio.

Anche nella prima lettera di Pietro, lo sconosciuto autore esprime l’ampio consenso neotestamentario sul concetto di popolo di Dio (popolo formato dagli eletti di tutti i popoli), applicando il processo della formulazione del popolo al tempo dell’esodo alla comunità cristiana: «Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo di Dio che si è acquistato (...). Voi che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio» (1Pt2,9s). La parola d’ordine per questo popolo proveniente dalle nazioni è: «Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,5-6).

La Chiesa «non è un popolo naturale, ma un popolo eletto, un nuovo popolo che è diventato soggetto di una nuova inaudita storia di Dio con gli uomini, che s’identifica attraverso il racconto di questa storia salvifica e il tentativo di vivere a partire da essa. Non si può essere Chiesa, “popolo di Dio”, senza essere portatori insieme agli altri di questa nuova storia. Essere Chiesa è un movimento, è “essere scelti”, “esodo”, “alzare la testa”, “conversione del cuore”, “sequela”, “accoglienza” della vita e della sua sofferenza alla luce di una grande promessa. La Chiesa non è concepibile senza questo movimento, nel quale un popolo diventa soggetto di una nuova storia. Così, anche storicamente, essa comincia come un grande movimento di liberazione, di uscita dalle costrizioni di popoli arcaici. E la storia della Chiesa delle origini mostra l’alto prezzo che ha dovuto pagare per liberarsi dal populismo delle società del tempo e diventare un “nuovo popolo”».11

 

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3.2. La nascita delle differenziazioni nazionali

 

L’attività missionaria dei cristiani e la figliolanza divina universale da essi annunciata hanno scardinato il mondo antico. Con la conversione dei vari popoli e l’elevazione della religione cristiana a religione di stato hanno fatto il loro ingresso nella storia del cristianesimo due modelli di nazione:

- in base al modello armeno (inizio del IV secolo) sorgono nella cristianità molti «popoli eletti», che si considerano «nazioni di cultura» cristiana. Adottano il cristianesimo a livello nazionale. La cultura nazionale assume una caratterizzazione cristiana e il cristianesimo una caratterizzazione nazionale, nella cristianità orientale spesso sotto forma di Chiese nazionali. Sono consapevoli dell’universalismo cristiano, cioè dell’appartenenza a una comunità di fede soprannazionale, ma sono orientate piuttosto verso una differenza culturale ed ecclesiale e ritengono che la loro missione storica sia anzitutto quella di salvare e preservare la loro specifica identità religiosa-culturale nazionale;

- in base al modello romano (dopo il 381 d.C.) sorgono stati-nazione imperiali, comprendenti vari popoli e orientati piuttosto all’assimilazione. Essi considerano il cristianesimo un denominatore comune al di sopra delle differenze nazionali, un sostituto dell’antica religione politica dell’Impero romano. Con la caduta dell’Impero romano si pongono sempre più le basi di un processo di crescente differenziazione culturale, che segue piuttosto il modello armeno e porta alla formazione di stati nazionali, nonché di riti e usi e costumi religiosi conformi alla specificità culturale di ciascun popolo. Questo processo di differenziazione è certamente positivo, in quanto espressione della capacità d’inculturazione del cristianesimo, che deve sempre superare la frattura fra Vangelo e cultura e «incarnarsi nelle diverse culture» (Catechesi tradendae, n. 53). Perciò, si può affermare con Giovanni Paolo II: «Una fede che non diventa cu!tura, è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata e non fedelmente vissuta».12

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3.3. Inculturazione e pastorale dei migranti

 

Lungo i secoli, con il sorgere di molte forme caratterizzate i senso nazionale, il cristianesimo ha prodotto grandi frutti a livello di inculturazione e creato nazioni e culture cristiane che possono essere considerate espressioni del miracolo della Pentecoste: ognuno prega Dio nella sua lingua e tuttavia è consapevole di appartenere a una Chiesa universale. Ma quest’inculturazione basata sul principio «un solo popolo di Dio in molte lingue e culture» separate fra loro dalle frontiere nazionali ha anche aspetti negativi. Può essere posta abusivamente al servizio di un’accentuazione di particolarismi che sottolineano la differenza culturale e promuovono unicamente un’identità ecclesiale nazionale separata. Un tale principio di inculturazione è solo parzialmente valido per la sfida di una moderna pastorale dei migranti. Perciò, gli orientamenti della Chiesa universale e della Chiesa locale in materia di pastorale dei migranti non raccomandano come principio pastorale solo l’inculturazione classica nelle culture originarie dei migranti. Essi richiedono anche l’inculturazione nelle culture in continuo mutamento dei migranti (inculturazione «in cammino») e nella Chiesa locale (inculturazione mirata).

Inculturazione nelle culture in continuo mutamento dei migranti. Pur sottolineando il diritto alla tutela della lingua materna del proprio patrimonio spirituale, gli orientamenti affermano che bisogna riflettere continuamente sulle modalità, sulle forme giuridiche e sulla giusta durata dell’assistenza religiosa ai migranti il generale e in ogni singolo caso e adattarle continuamente ai vari contesti. Si citano, fra l’altro, «la durata della migrazione, il processo d’integrazione (della prima o delle successive generazioni) le differenze culturali (di linguaggio e di rito), la forma del movimento migratorio, a seconda che si tratti di migrazione periodica, stabile o temporanea, di migrazioni a piccoli gruppi o in massa, d i insediamenti geograficamente concentrati o sparsi».13 La pastorale dei migranti, come la pastorale in generale, deve essere continuamente adattata alle condizioni di vita e ai cambiamenti culturali degli uomini.

Soprattutto i migranti della seconda e della terza generazione «vivono in più culture», si sposano con partner tedeschi o con migranti di altre culture, adottano sempre più la lingua e le abitudini di vita del paese che li ha accolti. Questa formazione delle cosiddette ernie miste è normale ed è stata sempre la regola nella migrazione moderna dell’era industriale. Ma a livello di vita liturgica e comunitaria gli immigrati trovano solo offerte separate in base alle loro lingue materne e quindi inadatte per loro.

L’inculturazione nella Chiesa locale è ben più della semplice partecipazione alla «vita liturgica e comunitaria» in lingua tedesca richiesta dal documento sinodale. Infatti, l’inculturazione è un processo reciproco. Di fronte all’immigrazione, anche la Chiesa locale deve essere disposta all’inculturazione, cioè all’accoglienza e a cambiamento.

La configurazione di una cattolicità viva presuppone la creazione, nelle comunità tedesche e nelle missioni di lingua straniera delle relative condizioni generali che consentano ai migranti di vivere la loro specifica identità. Non solo i pastori dei migranti, m, anche i pastori locali dovrebbero essere costruttori di ponti per l’inculturazione e l’intesa interculturale. L’inculturazione perseguita nella Chiesa locale è possibile solo se in avvenire si adotta una pastorale «multiculturale» al posto di una pastorale «monoculturale» Ciò significa che la situazione della società multiculturale che si è venuta a creare dovrebbe diventare una «struttura pastorale costante», con le relative conseguenze a livello di formazione dei missionari esteri e dei pastori locali.

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In origine, il cristianesimo aveva un chiaro orientamento multiculturale, considerandosi in seno alla stessa società il popolo di Dio proveniente dai popoli, nel quale non c’era più «né greco né giudeo». Solo successivamente si rese necessaria l’inculturazione, nelle rispettive «culture nazionali». Così la Chiesa venne sempre più intesa come popolo di Dio in molte nazioni e culture caratterizzate in senso nazionale. Dopo il Concilio Vaticano II, nella Chiesa cattolica questa concezione ha assunto una particolare importanza con il rafforzamento delle Chiese locali. Ma il Concilio sottolinea espressamente anche il concetto cristiano originario del popolo di Dio e afferma l’«unità della famiglia umana» e l’«unificazione» del mondo».

 

Il Concilio Vaticano II parla con forza del nuovo popolo di Dio, che è presente in tutti i popoli della terra e trova in essi i suoi cittadini. Inoltre, il Concilio sottolinea l’universalità e la cattolicità quali segni distintivi di questo nuovo popolo di Dio: «In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, di maniera che il tutto e le singole parti si accrescono con l’apporto di tutte, che sono in comunione le une con le altre, e coi loro sforzi verso la pienezza dell’unità» (Lumen gentium, n. 13; EV 1/320).

Ma la prova di questa cattolicità si ha solo se i cristiani -provenienti dai vari popoli -superano le frontiere dei relativi stati nazionali e vivono nella stessa società. Solo allora i cristiani sono concretamente sfidati a mostrare di essere veramente «un popolo proveniente dai popoli». In questo senso, le società multiculturali sorte in tutti gli stati europei dai movimenti migratori offrono l’opportunità di riprendere e rivivere l’«esperienza del popolo di Dio» della Chiesa delle origini.

 

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4. Conseguenze pastorali

 

Dalla nostra esposizione derivano varie conseguenze per l’attività pastorale futura della Chiesa. Al riguardo bisogna distinguere i vari gruppi di migranti, che differiscono per:

- lingua e nazionalità: comunità con la stessa lingua e la stessa nazionalità; comunità con la stessa lingua, ma appartenenti a diverse nazionalità;