DOCUMENTI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
TEDESCA
ORIENTAMENTI PER LA PASTORALE
DEI CATTOLICI DI ALTRA NAZIONALITÀ
L’abituale
espressione di «Chiesa pellegrina» o «Chiesa in cammino» non è solo un’immagine
che invita alla meditazione, ma anche un’esperienza quotidiana. La migrazione -
sotto forma d’immigrazione, spostamento, emigrazione, espulsione e fuga,
ricerca di lavoro e soggiorno illegale - fa parte della nostra società e quindi
anche della Chiesa.
In
un tempo in cui si parla comunemente di globalizzazione I dei mercati economici
e finanziari, dei mercati del turismo e del- li le comunicazioni, in un tempo in cui
l’economia del nostro paese è orientata a un’esportazione senza limiti e
confini, è illusorio pensare di poter chiudere ermeticamente le frontiere alla
migrazione delle persone.
Se
è vero che «l’uomo è la Via della Chiesa» (Redemptor hominis, n. 14; EV
6/1211), la pastorale dei migranti è, e resta, una sfida per la Chiesa.
A partire
dall’accordo fra il governo tedesco e quello italiano per il flusso di
lavoratori italiani in Germania siglato nel 1955 - seguito da analoghi accordi
con quasi tutti i paesi confinanti dell’area mediterranea - la migrazione è
stata fortemente caratterizzata, negli scorsi decenni, dalla formula dei
«lavoratori ospiti». A essi, negli anni settanta e ottanta, si sono aggiunti i
rifugiati e le persone in cerca di asilo politico. In tutti questi decenni, i
missionari e pastori stranieri e i collaboratori di servizi sociali della Caritas
sono stati per i migranti in cerca di lavoro dei convincenti accompagnatori,
che sono stati loro vicini nelle situazioni difficili e hanno condiviso con
loro l’incertezza e spesso anche le indegne condizioni di vita. In quegli anni
la pastorale degli stranieri rimase in gran parte sotto il segno della
provvisorietà. Lo stato, la Chiesa e soprattutto gli stessi lavoratori
stranieri considerarono transitorio il loro soggiorno nel nostro paese,
finalizzato a mettere da parte il più rapidamente possibile il denaro
sufficiente per garantirsi un futuro nei propri paesi d’origine. Fu una
valutazione errata e un’illusione. Anche se molti «lavoratori stranieri» hanno
coltivato il desiderio di passare gli ultimi anni della loro vita in patria, in
genere non lo hanno realizzato, perché i loro figli e nipoti vivono qui in
Germania e perché essi stessi sono diventati degli estranei nei loro paesi di
origine. Resterà una pagina gloriosa delle varie comunità straniere il fatto di
aver preparato agli immigrati dai vari paesi una patria in terra straniera.
Ora
la situazione è profondamente cambiata. Nell’Unione Europea vige la libera
circolazione delle persone; la mobilità oltre i confini esistenti finora è una
realtà del nostro mondo che continua a crescere.
Molti
lavoratori stranieri della prima generazione trascorrono nel nostro paese anche
la vecchiaia; cresce il numero degli immigrati altamente qualificati occupati
nei vari settori della nostra economia. Attualmente, le comunità di lingua
straniera sono molto complesse; non si trattava di un impegno temporaneo, e ora
rappresentano una necessità per la Chiesa, se vuole restare accanto agli
uomini. Gli orientamenti per la pastorale degli stranieri che presentiamo
intendono rispondere a questa nuova situazione.
Da
un lato, essi prendono sul serio il bisogno originario dell’uomo di poter vivere
e celebrare la sua fede, le Sue speranze e i suoi desideri più profondi nella
sua lingua, secondo sue tradizioni e la sua cultura. Ciò fa parte dell’identità
dell’uomo.
Dall’altro, i
cristiani, attraverso il battesimo e la confermazione, appartengono in modo
ugualmente originario alla Chiesa, il che significa che nella Chiesa locale vi
sono costitutivamente, in forza del battesimo e della confermazione, cristiani
di lingue e culture diverse. Da noi i cristiani di lingua e di cultura
minoritaria non sono ospiti, ma appartengono originariamente e costitutivamente
alla comunità al pari di quelli appartenenti alla lingua e alla cultura
maggioritaria. Già gli Atti degli Apostoli ci mostrano un’unica Chiesa formata
da molte lingue e culture. Questa varietà è una ricchezza.
Lo Spirito Santo ci riempia tutti
della sua grazia, affinché possiamo scoprire questa ricchezza e udire anche
oggi e domani i molti «annunciare nelle loro lingue le grandi opere di Dio» (At
2, 11).
Josef
Voß,
Vescovo ausiliare di Münster,
Presidente della XlV Commissione
(Migranti)
Negli
anni successivi alla seconda guerra mondiale, nel quadro della ricostruzione
della Germania occidentale, si ebbe una massiccia immigrazione di lavoratori
provenienti da altri paesi europei ed extra-europei. Quest’ondata migratoria di
lavoratori stranieri fu favorita dalla stipula di accordi bilaterali fra la
Repubblica federale tedesca e i classici paesi di provenienza dei lavoratori
stranieri in Italia (1955), Spagna (1960), Grecia (1960), Turchia (1961),
Portogallo (1964), in seguito Iugoslavia. I lavoratori di questi e altri paesi
diedero un notevole contributo al cosiddetto «miracolo economico». Ma ben
presto apparvero chiaramente anche le particolari sfide che una tale
immigrazione poneva allo stato e alla Chiesa. Le difficoltà causate prima di
tutto dalla lingua, poi anche dalla cultura e dalla mentalità, costituirono un
serio problema pastorale per la Chiesa tedesca nelle relazioni con i cosiddetti
«lavoratori-ospiti» e le loro famiglie. Date le insufficienti risorse delle
parrocchie tedesche, si ricorse più o meno sistematicamente a sacerdoti
stranieri, che potevano accompagnare e curare i cattolici emigrati in Germania
nella loro lingua.
Fin
dall’inizio la Conferenza episcopale tedesca (non da ultimo, in base
all’esperienza fatta nella cura pastorale dei propri emigrati all’estero) prese
contatto con le conferenze episcopali dei paesi di provenienza dei cosiddetti
«lavoratori-ospiti», pregandole di inviare dei sacerdoti per la cura pastorale
dei loro concittadini nella Repubblica federale tedesca. Ciò fu molto
importante, perché i cattolici di altre lingue e culture venuti in Germania
trovarono non solo pratiche religiose diverse, ma dovettero affrontare anche
molti problemi sociali diversi da quelli dei cattolici tedeschi. Fu così che
iniziarono le cosiddette «missioni» in quasi tutte le diocesi della Germania
occidentale. Le missioni per i cattolici di altra lingua e cultura costituirono
un ponte per le famiglie e al tempo stesso divennero luogo di promozione e cura
della propria fede e cultura.
Nella
Repubblica democratica tedesca le cose andarono diversamente. Lì c’erano solo
poche migliaia di «lavoratori con contratto di lavoro» che provenivano dagli
«stati socialisti fratelli» (Angola, Mozambico, Vietnam) e non avevano rapporti
né con lo stato, né con la società. Non avevano contatti con la Chiesa
cattolica, perché non erano cattolici o non si dichiaravano tali. In seguito
alla riunificazione della Germania nel 1990, la Chiesa evangelica e la Chiesa
cattolica si presero cura anche del destino di questi «lavoratori con contratto
di lavoro» della ex Repubblica democratica tedesca.
La
formula delle missioni fu considerata un’adeguata risposta alle necessità dei
cattolici di altra nazionalità. Lo afferma, ancora nel 1997, il documento
comune delle Chiese sulle sfide della migrazione e della fuga, intitolato ...und
der Fremdling, der in deinen Toren ist (... e lo straniero, che è dentro
le tue porte): «Negli ultimi decenni si sono segnalate, nell’ambito
della Chiesa cattolica, le missioni di lingua straniera. Grazie alla
disponibilità di locali nelle rispettive missioni, i vari gruppi linguistici
hanno potuto, e possono, incontrarsi per conservare e curare le comunicazioni
fra loro; in stretta collaborazione, fra l’altro, con i consultori della
Caritas, vengono offerti loro consigli e aiuti per superare le difficoltà che
la vita in terra straniera porta inevitabilmente con sé. Attraverso la
proclamazione della fede, la catechesi e la celebrazione della liturgia nella
lingua materna e la cura della loro tra- dizione, molti migranti hanno trovato
nelle loro comunità linguistiche orientamento, sostegno e aiuto. Mediante
l’istituzione di centri pastorali per i fedeli di altre nazionalità
(attualmente circa 540 con altrettanti pastori stranieri) la Chiesa ha risposto
al fatto che la trasmissione della fede e l’esperienza di fede appartengono a
quegli ambiti di vita che sono fortemente influenzati dalla cultura, dalla
tradizione, dagli usi e costumi e dalla lingua e ha risposto ai bisogni umani
fondamentali di accoglienza e solidarietà in un modo che avrebbero potuto
difficilmente assicurare le parrocchie di lingua tedesca» (n. 224).
«Le
comunità linguistiche sono per i migranti un luogo di comunione e di vita, nel
quale possono sperimentare anche l’accoglienza e la solidarietà nella loro
lingua e tradizione, curare la loro vita culturale e religiosa e trovare così
la loro identità. Nelle comunità linguistiche si sperimenta l’universalità e
l’ecumenicità della Chiesa. Da questo punto di vista le comunità linguistiche
non sono un’offerta in concorrenza con le parrocchie, ma un’opportunità,di
arricchimento per la vita della Chiesa locale» (n. 225).
Qui
faceva la sua comparsa un elemento che non poté essere visto in tutta la sua
portata nei decenni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale: lo
stretto legame fra le missioni per i lavoratori stranieri e la Chiesa locale in
Germania.
Oggi,
nella Repubblica federale tedesca, la situazione è profondamente cambiata. Non
è più caratterizzata unicamente dalla prima generazione di immigrati. Sono
cresciute una seconda, una terza e una quarta generazione. La prima generazione
non comprendeva il tedesco, aveva un livello di formazione piuttosto basso, non
era in genere accompagnata dalla famiglia, voleva restare in Germania solo poco
tempo e ritornare in patria. Ora la situazione è completamente diversa. Il
«breve soggiorno» si è trasformato in genere in un soggiorno permanente, pur
essendo ancora molto diffusi i sogni di un ritorno in patria. Ne derivano delle
conseguenze per la vita nella «nuova patria». La prima generazione ha dovuto,
deve, decidere se rimanere nella sua seconda patria o ritornare nella patria
d’origine. La seconda e la terza generazione si sono sforzate di raggiungere
l’equiparazione sociale. Hanno assunto molte abitudini tedesche, continuando a
curare al tempo stesso certi aspetti della cultura del loro paese di origine.
Perciò, devono poter trovare e vivere la loro identità anche nella vita
religiosa.
Inoltre,
negli ultimi anni sono aumentati in Germania i rifugiati e gli immigrati senza
permesso di soggiorno. Fra di loro vi sono molti cattolici e in avvenire la
pastorale dei migranti dovrà tenerli maggiormente presenti.
Per
questi motivi e altri ancora, la cura pastorale dei migranti si trova davanti a
nuove sfide:
- una decrescente coscienza di fede in quasi tutti i paesi
europei, che porta alla scomparsa di molte tradizioni;
- una crescente carenza di sacerdoti anche in molti paesi di
provenienza dei migranti, per cui in Germania arrivano sempre meno pastori
stranieri);
- una progressiva diminuzione delle risorse economiche de le
diocesi;
- la costruzione di strutture nei nuovi Länder tedeschi;
- una necessaria riflessione sui contenuti e sugli obiettivi
della pastorale dei migranti.
Bisogna
quindi che le diocesi tedesche elaborino una comune concezione della pastorale
dei migranti. A tale scopo occorrono sia dei chiarimenti teologici, sia una
ridefinizione degli standard generali, strutturali e materiali.
Soprattutto
nelle aree ad alta concentrazione abitativa è intervenuta, nella Chiesa e nella
società, un’evoluzione multiculturale. Essa riguarda anche e soprattutto le
comunità di cattolici di altre nazionalità. Un intricato insieme di fattori ha
favorito, e favorisce, la trasformazione della natura di queste comunità:
- immigrazione dall’Europa orientale;
- immigrazione dall’America Latina;
- lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro;
- rifugiati;
- immigrati illegali;[1]
- avvicendamento e pendolarismo di membri dell’Unione Europea;
- giovani, che parlano meglio il tedesco della loro lingua
materna, ma continuano a considerare la comunità di lingua materna come la loro
patria;
- aumento dei migranti che, in età avanzata, non ritornano
nei loro paesi di origine;
- migranti altamente qualificati.
In avvenire deve apparire più chiaramente che i cattolici di
altre nazionalità sono accolti e vivono sotto lo stesso tetto della Chiesa
locale. I sacerdoti e i laici occupati a tempo pieno dei paesi di
provenienza dei migranti dovrebbero essere considerati, più di quanto non si
sia fatto finora, dei costruttori di ponti per le persone provenienti dal
loro paese. Così possono incoraggiarli a vedere nei cambiamenti intervenuti
nella loro vita anche una chiamata di Dio a comprendere e vivere la loro fede
nelle comunità di lingua tedesca. Perciò, è indispensabile che in avvenire i
sacerdoti e i laici occupati a tempo pieno conoscano e parlino correntemente il
tedesco.
Comunque,
rimane vero che le comunità di lingua straniera fanno parte della Chiesa locale
con un proprio compito. Come comunità vive e attive esse rappresentano
un grande valore e una salda stabilità in seno alla Chiesa locale. Le comunità
di lingua tedesca e le comunità di lingua straniera sono membri dell’unica
Chiesa dalle molte lingue e dalle molte culture. È così che si esprime
la loro universalità e cattolicità.
In
forma pacifica o violenta, le «migrazioni» sono una costante della storia
dell’umanità. In epoca moderna non è il massiccio esodo di rifugiati causato
dalle guerre e dalle espulsioni a essere nuovo, bensì il fenomeno della
mobilità spesso transnazionale di singole persone. Molti emigrano in cerca di
una vita più umana - in modo legale o illegale, come lavoratori o come
rifugiati - per sfuggire alla povertà economica, all’oppressione politica o
religiosa. Come espressione del desiderio di una vita migliore, l’emigrazione
pacifica è un diritto dell’uomo. La Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo delle Nazioni Unite afferma espressamente: «Ogni individuo ha diritto
di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio
paese» (art. 13.2).
Nei
riguardi della migrazione moderna, la Chiesa, la cui natura «è caratterizzata
dall’esodo e dalla migrazione»,2 ha un
doppio compito: diaconale-difensivo e pastorale-missionario.
In
forza della sua missione, la Chiesa ha «il diritto e il dovere» di intervenire
ovunque gli uomini soffiano. A volte questo intervento può mettere in
discussione anche disposizioni giuridiche, come hanno dimostrato i vari casi di
asilo offerto dalla Chiesa. Anche se la Chiesa, nelle sue prese di posizione
ufficiali a favore dei migranti, difende tutti - non solo i cristiani - e mette
la sua diaconia a disposizione di tutti, bisogna chiedersi se ha sempre
adeguatamente assolto la sua funzione di «avvocato». In avvenire, la Chiesa non
deve forse impegnarsi maggiormente per un miglioramento delle condizioni di
vita dei migranti (soprattutto della seconda e della terza generazione) e dei
loro diritti di cittadini? In avvenire, non dovrebbe adoperarsi di più perché
la diversità degli uomini non sia solo causa di conflitti, ma anche e
soprattutto fonte di reciproco arricchimento?
Ma
la Chiesa sa anche che non si deve «separare l’assistenza sociale da quella
spirituale»3 e che le migrazioni
moderne rappresentano anche una sfida pastorale e missionaria. Considerando la
storia della «pastorale degli stranieri» in Germania, salta immediatamente agli
occhi la grande diversità delle relative concezioni di fondo prima e dopo la
seconda guerra mondiale.
Nella
prima fase dell’immigrazione operaia attorno al 1900, quando gli immigrati
provenivano per lo più dall’Est, le diocesi e arcidiocesi tedesche si
preoccuparono di seguire un doppio binario: «Da un lato, cercarono di reperire
sacerdoti tedeschi che conoscessero le lingue degli immigrati e di insegnarle
ai sacerdoti impegnati in parrocchia e ai seminaristi; dall’altro, richiesero sacerdoti
stranieri per la cura pastorale dei loro concittadini».4
Ma, a partire dalla metà degli anni cinquanta, con l’immigrazione di massa
seguita all’assunzione di lavoratori stranieri provenienti dai paesi del bacino
del Mediterraneo, si spostò l’attenzione quasi esclusivamente sull’impiego di
pastori provenienti dai paesi d’origine dei migranti. Ciò fu dovuto soprattutto
a tre motivi:
l) la richiesta di Pio XII di affidare la cura pastorale dei
migranti possibilmente a sacerdoti provenienti dai loro paesi di origine (Exsul
familia, n. 33);
2) il fatto che in brevissimo tempo giunsero nelle
parrocchie tedesche molti cattolici provenienti da cinque diversi paesi;
3) «il miglioramento della situazione economica che permise
alle diocesi di poter stipendiare anche molti missionari».5
Così
si finì in qualche modo per delegare la cura pastorale dei cattolici di altra
nazionalità che, in base a criteri teologici, spetta in definitiva alla Chiesa
locale. Anche la Chiesa ritenne che il soggiorno dei cattolici stranieri
sarebbe stato di breve durata.
Solo
nel 1973 (quindi dopo 18 anni dall’inizio dell’era dei cosiddetti
«lavoratori-ospiti»), quando apparve sempre più chiaramente che gli «ospiti» si
erano trasformati di fatto in immigrati, i cattolici tedeschi affrontarono a
fondo il problema della pastorale degli stranieri. Die ausländischen
Arbeitnehmer -eine Frage and die Kirche und die Gesellschaft (I
lavoratori stranieri: una domanda per la Chiesa e per la società), un
documento del sinodo comune delle diocesi della Repubblica federale tedesca,
pur restando fedele al concetto della pastorale svolta nella lingua dei
lavoratori stranieri, per cui si aspetta dai missionari che «curino la loro
cultura come un importante veicolo della vita religiosa e promuovano le relative
strutture e manifestazioni», chiede d’altra parte che i missionari svolgano un
ruolo di «mediazione fra le culture» e «cerchino di preparare i loro
concittadini, soprattutto quelli che resteranno per sempre o a lungo nella
Repubblica federale tedesca, a partecipare anche alla vita liturgica e
comunitaria tedesca».6
Volgendo
indietro lo sguardo si deve apprezzare in modo particolare il lavoro svolto
nelle lingue materne dei migranti dai sacerdoti e dagli operatori sociali: essi
hanno accompagnato i loro fedeli in terra straniera e, nella diaconia e nella
pastorale, hanno per- messo loro di sperimentare la salvezza del Vangelo.
Certamente molti pastori, soprattutto quelli provenienti dai paesi dell’Europa meridionale, si
sono trovati di fronte anche a cattolici non praticanti, che davano ben poca
importanza alla frequenza della Chiesa e alla ricezione dei sacramenti e si
aspettavano dalla Chiesa aiuto umano e solidarietà più che cura religiosa.
D’altra
parte, molti emigrati in cerca di lavoro hanno scoperto per la prima volta in
terra straniera una Chiesa samaritana, che si preoccupava delle loro necessità
umane; e hanno trovato nei pastori degli amici e dei compagni di strada che
condividevano la loro vita di migranti. Il documento comune delle Chiese ...und
der Fremdling, der in deinen Toren ist ha giustamente elogiato i meriti
delle missioni nelle lingue dei migranti: «(...) in stretta collaborazione, fra
l’altro, con i consultori della Caritas vengono offerti loro consiglio e aiuto
per superare le difficoltà che la vita in terra straniera porta inevitabilmente
con sé» (n. 224). «Le comunità linguistiche sono per i migranti un luogo di
comunione e di vita, nel quale possono sperimentare anche l’accoglienza e la
solidarietà nella loro lingua e tradizione, curare la loro vita culturale e
religiosa e trovare così la loro identità. Nelle comunità linguistiche si
sperimenta l’universalità e l’ecumenicità della Chiesa. Da questo punto di
vista le comunità linguistiche non sono un’offerta in concorrenza con le
parrocchie, ma un’opportunità di arricchimento per la vita della Chiesa
locale».7
Ma
il lavoro della Chiesa in mezzo ai migranti svolto nelle loro lingue materne ha
causato -soprattutto a livello pastorale - anche evidenti problemi. Spesso le
parrocchie tedesche non si sono sentite pastoralmente responsabili dei migranti
presenti sul loro territorio. Varie comunità di migranti hanno finito per
diventare una sorta di «chiesa parallela» per una parte della popolazione non
integrata.8 Nel 1996, il Comitato centrale dei
cattolici tedeschi ha affermato: «Bisogna cercare di superare la troppo
frequente esistenza fianco a fianco [delle due comunità] e perseguire la
collaborazione. Bisogna correggere vari errori del passato. Bisogna sviluppare
modelli di comunità collaborative. Occorre tenere conto anche della competenza
delle missioni in altre lingue quando si formano gli organi a livello diocesano
e associativo. Bisogna assicurare una presenza istituzionale dei cattolici di
altre nazionalità in tutti i relativi comitati e rapporti specializzati.
Bisogna soprattutto tenere conto degli aspetti interculturali nell’intero iter
formativo, nei diversi servizi, nell’amministrazione e nella concreta
strutturazione della vita quotidiana».9
Solo
in misura limitata la pastorale svolta nella lingua materna ha potuto accompagnare
e preparare alla partecipazione attiva nella comunità di lingua tedesca i
migranti della seconda e della terza generazione, intenzionati a restare a
lungo o definitivamente in Germania. Così non si è raggiunto uno degli
obiettivi indicati dal documento del sinodo: l’inculturazione nella Chiesa
locale. Ma non bisogna dimenticare che anche le comunità di lingua tedesca
hanno fatto e fanno fatica.
La dinamica interna della migrazione ha proposto negli ultimi
anni nuove sfide, che finora la pastorale svolta nella lingua materna non ha
sufficientemente considerato:
- la seconda e la terza generazione di migranti hanno
sviluppato in parte una propria identità. Queste persone attingono a più
culture e non hanno un’identità né tedesca, né, ad esempio, italiana, spagnola,
polacca o croata; si considerano tedesco-italiane, te desco-spagnole,
tedesco-polacche e tedesco-croate;
- molti «lavoratori stranieri» della
prima generazione trascorrono in Germania anche gli ultimi anni della loro vita
e hanno bisogno di nuovi servizi diaconali e pastorali;
- il processo di unione europea, da un lato, ha posto fine
all’era dei lavoratori-ospiti e, dall’altro, ha prodotto una nuova migrazione
del lavoro, più mobile e transnazionale;
- la crescente globalizzazione e il crollo degli stati
comunisti hanno accresciuto il numero dei rifugiati e degli immigrati illegali.
Anche per questi motivi la pastorale nella lingua materna
deve affrontare nuovi compiti.
Il
Nuovo Testamento va visto nell’orizzonte dell’alternativa messianica universale
del nuovo esodo/della nuova alleanza. Anche i discepoli più vicini a Gesù
sembrano avere avuto bisogno di un certo tempo per comprendere il messaggio del
regno di Dio da lui annunciato, con la sua figliolanza divina universale quale rilettura
dell’esperienza dell’esodo. Lo dimostra soprattutto il cambiamento di
mentalità intervenuto in Simon Pietro. Solo con l’ausilio di un sogno, alla
vigilia della sua visita al centurione romano Cornelio, egli comprende che il
popolo di Dio è formato dagli eletti provenienti da tutti i popoli.
Giunto da Cornelio, non può fare a meno di proclamare questo suo cambiamento di
mentalità: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di
persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga,
è a lui accetto» (At 10,34-35).
Questo
cambiamento di mentalità appare ancor più fortemente in Paolo. Egli diventa il
paladino della proclamazione del messaggio universale della figliolanza divina
ai non giudei. Nella teologia paolina non c’è espressione migliore della
seguente per indicare la nuova situazione prodotta dal messaggio cristiano:
«Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo
né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). E Paolo
conclude: «E se appartenete a Cristo, allora siete discendenti di Abramo, eredi
secondo la promessa» (Gal 3,29),10 quindi
popolo eletto di Dio.
Anche
nella prima lettera di Pietro, lo sconosciuto autore esprime l’ampio consenso
neotestamentario sul concetto di popolo di Dio (popolo formato dagli eletti di
tutti i popoli), applicando il processo della formulazione del popolo al tempo
dell’esodo alla comunità cristiana: «Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio
regale, la nazione santa, il popolo di Dio che si è acquistato (...). Voi che
un tempo
eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio» (1Pt2,9s). La parola
d’ordine per questo popolo proveniente dalle nazioni è: «Un solo Signore, una
sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di
tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,5-6).
La
Chiesa «non è un popolo naturale, ma un popolo eletto, un nuovo popolo che è
diventato soggetto di una nuova inaudita storia di Dio con gli uomini, che
s’identifica attraverso il racconto di questa storia salvifica e il tentativo
di vivere a partire da essa. Non si può essere Chiesa, “popolo di Dio”, senza
essere portatori insieme agli altri di questa nuova storia. Essere Chiesa è un
movimento, è “essere scelti”, “esodo”, “alzare la testa”, “conversione del
cuore”, “sequela”, “accoglienza” della vita e della sua sofferenza alla luce di
una grande promessa. La Chiesa non è concepibile senza questo movimento, nel
quale un popolo diventa soggetto di una nuova storia. Così, anche storicamente,
essa comincia come un grande movimento di liberazione, di uscita dalle
costrizioni di popoli arcaici. E la storia della Chiesa delle origini mostra
l’alto prezzo che ha dovuto pagare per liberarsi dal populismo delle società
del tempo e diventare un “nuovo popolo”».11
L’attività
missionaria dei cristiani e la figliolanza divina universale da essi annunciata
hanno scardinato il mondo antico. Con la conversione dei vari popoli e
l’elevazione della religione cristiana a religione di stato hanno fatto il loro
ingresso nella storia del cristianesimo due modelli di nazione:
- in base al modello armeno (inizio del IV secolo)
sorgono nella cristianità molti «popoli eletti», che si considerano «nazioni di
cultura» cristiana. Adottano il cristianesimo a livello nazionale. La cultura
nazionale assume una caratterizzazione cristiana e il cristianesimo una
caratterizzazione nazionale, nella cristianità orientale spesso sotto forma di
Chiese nazionali. Sono consapevoli dell’universalismo cristiano, cioè
dell’appartenenza a una comunità di fede soprannazionale, ma sono orientate
piuttosto verso una differenza culturale ed ecclesiale e ritengono che la loro
missione storica sia anzitutto quella di salvare e preservare la loro specifica
identità religiosa-culturale nazionale;
- in base al modello romano (dopo il 381 d.C.)
sorgono stati-nazione imperiali, comprendenti vari popoli e orientati piuttosto
all’assimilazione. Essi considerano il cristianesimo un denominatore comune al
di sopra delle differenze nazionali, un sostituto dell’antica religione
politica dell’Impero romano. Con la caduta dell’Impero romano si pongono sempre
più le basi di un processo di crescente differenziazione culturale, che segue
piuttosto il modello armeno e porta alla formazione di stati nazionali, nonché
di riti e usi e costumi religiosi conformi alla specificità culturale di
ciascun popolo. Questo processo di differenziazione è certamente positivo, in
quanto espressione della capacità d’inculturazione del cristianesimo, che deve
sempre superare la frattura fra Vangelo e cultura e «incarnarsi nelle diverse
culture» (Catechesi tradendae, n. 53). Perciò, si può affermare con
Giovanni Paolo II: «Una fede che non diventa cu!tura, è una fede non pienamente
accolta, non interamente pensata e non fedelmente vissuta».12
Lungo
i secoli, con il sorgere di molte forme caratterizzate i senso nazionale, il
cristianesimo ha prodotto grandi frutti a livello di inculturazione e creato
nazioni e culture cristiane che possono essere considerate espressioni del
miracolo della Pentecoste: ognuno prega Dio nella sua lingua e tuttavia è
consapevole di appartenere a una Chiesa universale. Ma quest’inculturazione
basata sul principio «un solo popolo di Dio in molte lingue e culture» separate
fra loro dalle frontiere nazionali ha anche aspetti negativi. Può essere posta
abusivamente al servizio di un’accentuazione di particolarismi che sottolineano
la differenza culturale e promuovono unicamente un’identità ecclesiale
nazionale separata. Un tale principio di inculturazione è solo parzialmente
valido per la sfida di una moderna pastorale dei migranti. Perciò, gli
orientamenti della Chiesa universale e della Chiesa locale in materia di
pastorale dei migranti non raccomandano come principio pastorale solo
l’inculturazione classica nelle culture originarie dei migranti. Essi
richiedono anche l’inculturazione nelle culture in continuo mutamento dei
migranti (inculturazione «in cammino») e nella Chiesa locale (inculturazione
mirata).
Inculturazione
nelle culture in continuo mutamento dei migranti. Pur
sottolineando il diritto alla tutela della lingua materna del proprio
patrimonio spirituale, gli orientamenti affermano che bisogna riflettere
continuamente sulle modalità, sulle forme giuridiche e sulla giusta durata
dell’assistenza religiosa ai migranti il generale e in ogni singolo caso e
adattarle continuamente ai vari contesti. Si citano, fra l’altro, «la durata
della migrazione, il processo d’integrazione (della prima o delle successive
generazioni) le differenze culturali (di linguaggio e di rito), la forma del
movimento migratorio, a seconda che si tratti di migrazione periodica, stabile
o temporanea, di migrazioni a piccoli gruppi o in massa, d i insediamenti
geograficamente concentrati o sparsi».13
La pastorale dei migranti, come la pastorale in generale, deve essere
continuamente adattata alle condizioni di vita e ai cambiamenti culturali degli
uomini.
Soprattutto
i migranti della seconda e della terza generazione «vivono in più culture», si
sposano con partner tedeschi o con migranti di altre culture, adottano sempre
più la lingua e le abitudini di vita del paese che li ha accolti. Questa
formazione delle cosiddette ernie miste è normale ed è stata sempre la regola
nella migrazione moderna dell’era industriale. Ma a livello di vita liturgica e
comunitaria gli immigrati trovano solo offerte separate in base alle loro
lingue materne e quindi inadatte per loro.
L’inculturazione
nella Chiesa locale
è ben più della semplice partecipazione alla «vita liturgica e comunitaria» in
lingua tedesca richiesta dal documento sinodale. Infatti, l’inculturazione è un
processo reciproco. Di fronte all’immigrazione, anche la Chiesa locale deve
essere disposta all’inculturazione, cioè all’accoglienza e a cambiamento.
La
configurazione di una cattolicità viva presuppone la creazione, nelle comunità
tedesche e nelle missioni di lingua straniera delle relative condizioni
generali che consentano ai migranti di vivere la loro specifica identità. Non
solo i pastori dei migranti, m, anche i pastori locali dovrebbero essere
costruttori di ponti per l’inculturazione e l’intesa interculturale.
L’inculturazione perseguita nella Chiesa locale è possibile solo se in avvenire
si adotta una pastorale «multiculturale» al posto di una pastorale
«monoculturale» Ciò significa che la situazione della società multiculturale
che si è venuta a creare dovrebbe diventare una «struttura pastorale costante»,
con le relative conseguenze a livello di formazione dei missionari esteri e
dei pastori locali.
Il
Concilio Vaticano II parla con forza del nuovo popolo di Dio, che è presente in
tutti i popoli della terra e trova in essi i suoi cittadini. Inoltre, il
Concilio sottolinea l’universalità e la cattolicità quali segni distintivi di
questo nuovo popolo di Dio: «In virtù di questa cattolicità, le singole parti
portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, di maniera che il
tutto e le singole parti si accrescono con l’apporto di tutte, che sono in
comunione le une con le altre, e coi loro sforzi verso la pienezza dell’unità» (Lumen
gentium, n. 13; EV 1/320).
Ma la prova di
questa cattolicità si ha solo se i cristiani -provenienti dai vari popoli
-superano le frontiere dei relativi stati nazionali e vivono nella stessa
società. Solo allora i cristiani sono concretamente sfidati a mostrare di
essere veramente «un popolo proveniente dai popoli». In questo senso, le
società multiculturali sorte in tutti gli stati europei dai movimenti migratori
offrono l’opportunità di riprendere e rivivere l’«esperienza del popolo di Dio»
della Chiesa delle origini.
Dalla
nostra esposizione derivano varie conseguenze per l’attività pastorale futura
della Chiesa. Al riguardo bisogna distinguere i vari gruppi di migranti, che
differiscono per:
- lingua e nazionalità: comunità con la
stessa lingua e la stessa nazionalità; comunità con la stessa lingua, ma
appartenenti a diverse nazionalità;